GENNAIO

“La Pasquetta a Santa Croce di Magliano”( DI Marcello Pastorini)

 

Originale e coinvolgente è la manifestazione di Santa Croce di Magliano(CB) del 5 gennaio: i cittadini di un paese intero, ogni anno, dalla sera e fino all’alba, riuniti in gruppi di musicanti e cantori, con un canto denominato “ Pasquetta”, portano gli auguri ad amici e parenti. All’origine con questo rituale si annunciava la Pasqua. Nell’esecuzione del brano musicale, ai cantori, sono affiancati musicisti di fisarmonica, di chitarra, ma anche di altri particolari strumenti musicali popolari come un piccolo Bufù portato a mano che anziché una canna presenta un cordoncino, l’acciarino fatto con tubi di metallo...

Particolare è una lunga zucca, detta anch’essa Bufù, che svuotata, soffiandoci con grande forza dentro, come ci ha spiegato e mostrato, nel gennaio 2011, Giuseppe Licursi, emette un suono sordo che accompagna il brano musicale.

Il testo e la musica sono stati importati nel paese di R.Capriglione, negli anni venti, da un cittadino di Serracapriola tale Raffele Mercurio Corrado. La festa ha attecchito immediatamente nella popolazione locale, fino agli anni 70 quando subì una crisi, ma dal 1981, per iniziativa delle ACLI, la tradizione fu rilanciata con grande forza.

Per decisione della Pro loco, dal 2001, i gruppi tutti insieme eseguono il brano musicale in Piazza Crapsi: il “ Pasquettone”. Poi ogni gruppo gira per il paese e con suoni e canti, ad amici e a parenti, si augura un futuro migliore poiché è nato Gesù , segno di speranza per tutti, la vita si rinnova e si arricchisce di significati!

Con la Pasquetta si festeggia l’arrivo di un nuovo anno, non si rimpiange quello passato, ma si ringrazia il Signore della possibilità di vivere insieme agli altri un futuro migliore, con rispetto e allegria, condividendo felicità e benessere: gli amici donano al gruppo, ai cantori e suonatori, del cibo che verrà consumato con gioia insieme. L’augurio di tutti e per tutti che l’anno nuovo porterà amore e abbondanza alimentare, con la speranza che insieme poi si condivideranno questi doni del cielo, ma con la certezza di avere avuto già una grande fortuna, il dono più bello che c’è: la vita.

 

FESTA DI SANT’ANTONIO ABATE!( di Marcello Pastorini)

Il 17 Gennaio, la festa dedicata a Sant’Antonio Abate è sicuramente da considerare una delle più antiche che si celebrano in Italia.

Sant’Antonio Abate nacque a Coma in Egitto, da una famiglia benestante, intorno al 251 d.C. Dopo la morte dei genitori secondo l’esortazione evangelica “ se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri” distribuì i propri averi ai bisognosi e si ritirò nel deserto vivendo in preghiera, povertà e castità. Da anacoreta, vinse e respinse le tentazioni e le provocazioni del demonio, inoltre si dedicò a curare i sofferenti operando, secondo tradizione, guarigioni.

Il Santo, considerato il fondatore del monachesimo, morì ultracentenario nel 356.

Le reliquie del Santo, scoperte nel 561 furono dapprima conservate ad Alessandria, poi a Costantinopoli e , nell’XI secolo, giunsero in Francia, nel Villaggio di Motte-Saint-Didier che divenne poi Saint-Antoine di Viennos: in questo centro affluivano tanti malati che pregavano per una miracolosa guarigione, per questo fu costruito un ospedale e istituita una Confraternita di religiosi, l’Ordine degli “ Antoniani”. Agli Antoniani fu concesso di allevare maiali per uso proprio e a spese della Comunità: i maiali “ pascolavano “ per le strade della Città e ,riconosciuti da una campanellina, non venivano “ toccati” dai cittadini. Il grasso di maiale, a scopo terapeutico, veniva cosparso sul corpo dei malati di ergotismo , malattia causata da un’intossicazione alimentare legata all’azione di un fungo parassita della segale( segale cornuta) : questa patologia venne chiamata “Fuoco di Sant’Antonio”, poi con lo stesso nome venne indicata la malattia virale causata dall’Herpes zoster.

L’immagine del Santo è spesso rappresentata con due elementi : il fuoco, che secondo alcuni rappresenta il male(“ fuoco di Sant’Antonio”), e il maiale che invece è il simbolo della terapia a quel male.

Secondo altri il maiale è il simbolo del diavolo vinto dal Santo che aveva resistito alle sue tentazioni e quindi destinato a seguirlo docilmente.

La festa cade in prossimità di un particolare  passaggio annuale, quando la lunghezza del dì, dopo il solstizio d’inverno, incomincia di nuovo ad aumentare visibilmente. Nell’antichità, in questo periodo, nei primi mesi dell’anno, come auspicio per un’annata agraria favorevole, si celebravano specifici riti pagani. Inoltre, in questi riti, il fuoco aveva il ruolo di purificatore: il vecchio veniva bruciato per dare spazio al nuovo!

Successivamente i simboli di questi antichi riti , probabilmente, sono stati assorbiti nelle feste cristiane celebrate nello stesso periodo e ad essi sono stati attribuiti un significato più profondo e spirituale.

Sant’Antonio Abate, per quanto scritto in precedenza,  è considerato protettore dalle malattie,  degli animali, ma anche degli allevatori .

 Tracce della festa dedicata a Sant’Antonio Abate vi sono anche a Larino ,infatti nel centro frentano, a Gennaio si svolgeva una grande fiera dalla durata di alcuni giorni, oggi la manifestazione è ridotta al solo giorno del 17 gennaio, invece una volta era, insieme alle fiere di maggio dedicate a San Primiano e a San Pardo, tra quelle più importanti dell’area.

 Nel testo di Guido Vincelli, Il Monastero di San Pietro Celestino della Terra di Montorio( CB)-associazione turistica “ Pro Montorio”( 2009), secondo quanto riportato ne “ L’inventario de’ stabili e mobili del Monastero...” era comune spostarsi dai paesi vicini per recarsi all’importante fiera, infatti a pag. 59 è scritto “ speso nella Fiera di Sant’Antonio nell’Arino per una decina di Caso a carlini cinque...”( anno 1595) e a pag.62” speso in Sant’Antonio dell’Arino per una decina e mezzo di caso, et decina carnasalata...”( anno 1596)

Le fiere sono nate intorno a feste, per questo è probabile che questa figura religiosa venisse venerata anche a Larino.

A Montorio nei Frentani, il Sig. Angelo Raimondo, mi ha raccontato che nel grazioso centro frentano il 17 gennaio era tradizione recarsi  nella grandissima fiera di Sant’Antonio Abate che si svolgeva “ nu chiane da fiere” di Larino. Nella fiera si poteva comprare di tutto ed erano presenti anche moltissimi animali: la volontà di vendere era segnalata da un ramoscello di quercia legato sulle orecchie della bestia. Nella Fiera, in specifiche “baracche” potevano essere consumate anche pietanze tipiche e spesso si esagerava con il vino fino ad ubriacarsi. Il ritorno a Montorio nei Frentani delle bestie acquistate nella fiera e di questa massa di persone di cui alcune in stato di ebrezza, era il segnale che “ ere ‘ntrate carn’vale”, ovvero segnava l’inizio del carnevale. “L’ingresso di carnevale” quindi , tradizionalmente, coincideva con la festa di Sant’Antonio Abate, chiamato a Montorio “Sant’Antonie b’n’ditte”. La sera, poi , queste persone, insieme a molti altri cittadini di Montorio nei Frentani, accendevano, in onore di Sant’ Antonio Abate, agli incroci di strade del centro medioevale, dei falò e insieme festeggiavano. Intorno ai falò veniva eseguito un canto dedicato al Santo, registrato nel 2012 a Montorio nei Frentani dall’Ecomuseo itinerari Frentani e dai Cantori della Memoria. Il canto sia nella melodia che nel testo, salvo lievi differenze, è simile ad altri  brani eseguiti anche in altri centri tra cui , secondo la testimonianza di don Costantino di Pietrantonio, a Portocannone.

Intorno al falò venivano eseguiti anche altri brani musicali  e si consumavano delle pietanze tipiche in cui sempre presente era la carne di maiale insieme ad altre specialità.

In Molise,  i Falò vengono accesi anche a  Colletorto,  come da calendario,  il 17 gennaio, nel giorno del festeggiamento del Santo, invece  a Guglionesi, a Frosolone, il 16 gennaio.

Come ci ha raccontato don Giovanni Licursi, Parroco di Montorio nei Frentani, il Santo è raffigurato nei dipinti con un bastone infuocato e un maiale, essere immondo nel mondo orientale a  cui il santo apparteneva, e che quindi simboleggia il diavolo reso docile e domestico dalla forza della Fede del santo.

In diversi paesi frentani molisani , compreso Larino, c’era la tradizione “du Perchettille de Sant’Antonie”( maialino si Sant’Antonio).

Il sig. Angelo Raimondo mi ha descritto il rito du Perchettille de Sant’Antonie a Montorio nei Frentani: “veniva donato al comitato feste un maialino che in chiesa veniva benedetto… per riconoscerlo, si tagliavano ad esso un pezzettino delle orecchie e la coda… si lasciava l’animale libero per le strade e tutti i cittadini lo coccolavano e lo nutrivano…poi veniva venduto e il ricavato serviva per pagare le spese della festa di Sant’Antonie b’n’ditte ovvero Sant’Antonio Abate”.

La sig.ra Marialena Paulozza,  è ritornata, agli inizi degli anni settanta, quando era bambina, a Montorio nei Frentani da Toronto ( Canada). Il ritorno è stato traumatico per il distacco dagli amici, per l’essersi ritrovata in “un’atmosfera rurale” molto distante da lei che era una bimba di una grande  città canadese. Tuttavia, ricorda con gioia la sua prima festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio del 1972: rimase affascinata dalla spettacolarità del falò, dall’armonia dei canti, ascoltò con attenzione i racconti di sua nonna e di altri parenti. Quel giorno ritrovò le radici della sua identità culturale, si riappropriò e riconobbe di appartenere ad una comunità ricca di storia, cultura e di valori da lei da sempre condivisi.

 Nel canto di Montorio nei Frentani c’è la seguente strofa: “se c’ date la ventresca Sant’Antonie s’arr’fresca…”. A parte l’esigenza nel canto di comporre una rima, è probabile il collegamento al rito medioevale che consisteva nell’uso del grasso di maiale contro il fuoco di Sant’Antonio .

I riti di festeggiamento del Santo in molte parte d’Italia, al pari di quello della Pasquetta, sono un’ occasione per augurare un’annata favorevole: con suoni e canti si fa visita ad amici e parenti e si cantano specifici brani popolari con cui si chiede a gran voce un dono( salsicce, vino...). Questo rito è ancora presente in Molise a Frosolone, dove, dopo l’accensione del falò , diversi gruppi girano per le case di amici eseguendo uno specifico canto.

Dai ricordi di alcuni abitanti, molti anni fa, i ragazzi del paesino croato-molisano di Acquaviva Collecroce giravano per il paese coperti da un mantello nero( Plasctc) ed il volto dipinto con il carbone per non farsi riconoscere, si andava nelle case dei compaesani e si intonava uno specifico brano cantato nel giorno di Sant’Antonio Abate. In cambio si ricevevano in dono salsicce, dolci, fichi secchi, noci e...mandarini: era una delle occasioni in cui si poteva mangiare questi frutti: “ prima la frutta era solo quella prodotta localmente e si doveva mangiare prima sempre quella più rovinata ...”

La tradizione di girare per le campagne e da amici eseguendo un canto e ricevendo in cambio del cibo è ancora presente anche a Termoli( CB).

In tutti i casi descritti, ai cantori viene donato del cibo consumato con gioia insieme. L’augurio di tutti e per tutti che l’anno nuovo porterà abbondanza alimentare, felicità e benessere.

 

Marcello Pastorini ( Ecomuseo Itinerari Frentani)

 

FEBBRAIO

 

La festa di San Biagio ( di Giuseppe Zio)

 

Fra qualche giorno, il 3 febbraio, viene celebrata e si rinnova la tradizionale festa di San Biagio, unica e singolare quanto la Carrese, e che vede, come quest’ultima, celebrare la santità e il cclo della vita e delle stagioni, in un concerto armonico tra uomini e animali, tra i cavalieri e i loro cavalli. Si riscoprono luoghi e antiche atmosfere di un tempo, dove lo stesso tempo veniva scandito con un ritmo diverso e dove ci si affidava a simboli, come nel caso di questa festa, che erano i simboli di sempre: la pietra, la quercia, l’acqua, il cavallo e il pane. Sono gli stessi simboli di una terra antica e sannita che sono stati mantenuti nel culto cristiano che vi ha aggiunto i propri santi e, nel nostro caso la figura leggendaria di San Biagio, come scrive, lo stesso Jacopo da Varazze, autore del famoso libro “La leggenda dei santi”. Sappiamo che Biagio fu fatto vescovo della città di Sebaste, in Cappadocia, e si ritrovò perseguitato nella grande campagna contro i cristiani ordita dall’imperatore Diocleziano. Egli si rifugiò in una grotta a far vita da Eremita ma fu scoperto e catturato in poco tempo dai romani. Ma la sua santità era oramai diffusa e risaputa tanto che persino gli uccelli, come con san Francesco, lo aiutarono a nutrirsi e parlavano con lui. Quando fu catturato dai romani Biagio, che era stato già avvertito nella grotta da una apparizione di Nazareno, seguì docilmente e quasi con gioia i soldati imperiali. Anche in carcere continua  far miracoli e a dichiarare con forza la sua fede, tanto che il prefetto Agricolao, indispettito lo manda al martirio facendolo prima “scardare” e “pettinare” su tutta la pelle con l’utensile proprio dei cardatori di pecore, per poi lasciarlo morire nel più grande dolore. Da quel momento nell’iconografia cristiana è sempre rappresentato con un pettine in mano, quasi a voler offrire la possibilità di un continuo martirio. Viene raccontato che lo stesso suo sangue raccolto era miracoloso. Alla fine Agricolao, sconfitto, da quella dimostrazione estrema di fede, gli fa rotolare la testa. Così diventa il Santo con il pettine e il protettore dei cardatori. E non è un caso che, nel territorio di San Martino, il suo culto sia nato proprio su un incrocio importante di tratturi della transumanza, dove tra l’altro vi era costruita una piccola chiesa dedicata al suo culto. Già dal 1638 la visita del Vescovo Carracci testimonia la presenza di una cappella dedicata a San Biagio, così come di una cappella vicina dedicata a Santa Colomba. Il vescovo Tria stesso ci dice, a metà del settecento che “la chiesa di San Biagio, posta passato il fiume Cigno, vicino al fiume Biferno, e distante cinquanta passi, quantunque distrutta, pure sono in piedi alcune suoi muri e, nel tempo della festività di detto santo, a 2 di febbraio, dall’Università di San Martino se ne celebra la festa per nove giorni, con concorso di popolo e ciò anche per conservare la giurisdizione della fiera che anticamente vi si faceva”. Questa fiera cadeva proprio in quell’area tratturale, i cui luoghi diventavano spesso luoghi di scambio di merci e animali. In quello stesso luogo sono stati ritrovati i resti di un’antica villa romana che per dimensioni era enorme e probabilmente era un punto di raccolta e trasformazione di materie prime,a dimostrazione della strategicità di quel posto sancito dalla  presenza umana, dagli scambi e dal culto nei secoli. Ma alla fine del settecento e gli inizi dell’ottocento questi pellegrinaggi plausibilmente diventano meno frequenti o scompaiono del tutto. Non conosciamo la ragione di ciò ma alcuni studiosi asseriscono che una delle ragioni fu l’imperversare di bande di briganti che rendevano quei luoghi pericolosi. È una teoria plausibile anche se non dimostrata. Del resto proprio in quegli anni, secondo ciò che scrive Massullo nella sua storia del Molise, richiamando il “Viaggio nella terra di Molise” del Longano, che proprio in quegli anni c’è una grande deforestazione, lungo le terre del Biferno, per far largo a terreni coltivabili a grano e frumenti. E non è che proprio per questa ragione, avendo perso la sua fisionomia e la sua funzione i pellegrinaggi sia siano affievoliti? Ciò che sappiamo sicuramente è che, fra la fine del diciannovesimo secolo e gli inizi del ‘900, c’è una ripresa del culto di San Biagio, forse rinnovata anche dal fatto che siano stati ritrovati, all’ombra della grande quercia, i resti dell’antica cappella dedicata a San Biagio. Alcuni raccontano che addirittura sia comparso il Santo stesso. Il fatto è che tutto questo ha portato a rinnovare il culto di San Biagio nel nostro paese, anche grazie all’azione positiva di Luca Del Pinto che “reinventò” di fatto la processione dei cavalli che avviene ogni anno proprio il 3 febbraio. Egli, insieme al proprio amico “Ciaurè” (  ) è citato come maggior animatore della festa nei bellissimi sonetti che il grande poeta e medico Domenico Sassi ha dedicato a questa festa. Il Sassi dipinge, con i suoi versi, un affresco straordinario di questa tradizione e di San Martino e ce la racconta così come effettivamente ancora oggi si svolge. I cavalli e i cavalieri, al mattino presto vengono radunati da un tamburino e quindi, quando tutti si riuniscono, vanno verso la pietra e la quercia sante, dove fanno tre giri per poi ripartire. Intanto alcuni cittadini devoti distribuiscono le pagnotte benedette, per alleviare il freddo e la fatica del pellegrinaggio. Infine si riparte e si arriva in paese recitando il rosario e con la Croce in testa tenuta saldamente nelle mani di uno dei componenti della famiglia Del Pinto. Il tamburino battente e le giaculatorie, insieme al rumore sordo degli zoccoli di centinaia di cavalli, rendono la processione profonda e coinvolgente per tutti. Vengono infine fatti altri tre giri intorno alla Chiesa Madre e poi, tutti coloro che partecipano baciano la croce di Cristo tenuta saldamente in mano, sino ad allora, da Consalvo Del Pinto. Un’altra caratteristica di questa festa è che è una specie di prologo al periodo dell’anno dedicato alla preparazione della festa di San Leo. È la prima occasione per far sgambare i cavalli dopo i rigori del freddo rigido dell’inverno. Sono finiti infatti i giorni della merla. Questi cavalli, insieme ai buoi, dovranno sempre più dare il meglio di se stessi per essere pronti il 30 aprile. È l’inizio di una prima fase, più fredda, di circa quaranta giorni, che porta agli altari dedicati a San Giuseppe e, poi, in una seconda fase più primaverile, di altri quaranta giorni circa, che porta d’un fiato fino all’emozione della Carrese. Ma questa è un’altra storia che racconteremo più in là.

 

 MARZO

 

MARZO , TRA FALO’ E TAVOLATE DI SAN GIUSEPPE, UN MESE DI SENTITE TRADIZIONI ( di Marcello Pastorini)

In molte città del Basso Molise è ancora molto sentita la festa di San Giuseppe. La festa cade in prossimità dell’equinozio di primavera, il 21 marzo, importante cambio stagionale in grado di scacciare il freddo e buio inverno. L’inverno, morte della Natura , e la primavera, la rinascita. Nell’antichità, nelle feste primaverili, l’abbondanza alimentare, l’offerta di cibo, erano parte essenziale di riti propiziatori ed esorcistici contro la carestia , la fame e la morte. Con questi riti veniva scacciato il brutto inverno e si invocava l’avvento di una nuova bella stagione ricca di frutti e di benessere. E’ d’uso in diversi paesi del Molise, come a Santa Croce di Magliano con il “ maruasce “ e a Bonefro, ma anche a San Paolo Civitate ( FG ) e altri paesi d’Italia, accendere un falò nel giorno della festa di San Giuseppe. I falò, secondo alcuni, avrebbero un collegamento con antichi riti di purificazione in cui, in questo delicato passaggio stagionale, si bruciava il “vecchio” e, quindi, rito di propiziazione per un futuro roseo. A Santa Croce di Magliano, il fuoco, intorno al quale si intona un antico canto, “ il maichentò”, seppure acceso il 19 Marzo, vede come protagonista Sant’Antonio, santo che sconfigge il demonio , figura malefica per l’umanità. A tale proposito, nella sua poesia “ U Maruasce”, il sensibile poeta Raffaele Capriglione scrive:

….Jammo bona gento

Cantamo e lavidamo Sant’Antonio

Quillo che jè llu santo cchiu putento

Quillo vincio tutti li demonio…..”

Non è una novità che i riti cristiani si siano sovrapposti a quelli pagani dando ad essi significati più profondi .In molti paesi del Sud Italia c’è la tradizione delle tavole di San Giuseppe. Per la religione cristiana, San Giuseppe è anche il Patrono dei Poveri e dei derelitti, questo perché i poveri Giuseppe e Maria, in fuga, si videro rifiutati la richiesta di un riparo per il parto. Da questo, secondo alcuni, deriva la tradizione, in alcune zone d’Italia, del pasto offerto ai poveri dal padrone di casa. Lo stesso poeta molisano, di Casacalenda , Giovanni Cerri, nella sua poesia “ I Tavele de San Geseppe “, ha scritto :

“ ……….E magnene i pezziente quillu juorne,

magnene pure i cane mmiezze’i vije

magnene tutte e ze rengrazie Dije,

che manne a prevedenze a povertà…..”

Secondo alcuni , il rito delle tavole di San Giuseppe potrebbe avere un collegamento con il tradizionale agape cristiano, il pasto comunitario dei primi cristiani per ricordare l’Ultima Cena. A Casacalenda, in terra frentana , in Molise, sempre ancora forte l’antica tradizione delle “ tavele de San Geseppe” di cui ci parla il poeta Giovanni Cerri. Alcune famiglie del luogo imbandiscono delle ricche tavolate, anche con l’aiuto dei vicini e dei parenti che offrono del cibo utilizzato per questo rito tradizionale. Nel passato i poveri potevano sfamarsi a sazietà , per questo erano riconoscenti a San Giuseppe in grado di soddisfare una loro primaria esigenza. In una sala viene allestito un altare addobbato con drappi, fiori e con al centro l’immagine del Santo. Nello stesso ambiente vengono accolti gli ospiti. Il pasto prevede il consumo di tredici portate offerte con la seguente successione : 1) arance condite con zucchero e olio di oliva; 2) sottaceti (composta); 3) fagioli; 4) ceci; 5) piselli; 6) cicerchie; 7) fave; 8) granchi; 9) lumache; 10) riso; 11) baccalà gratinato; 12) verdure; 13) maccheroni con la mollica. Non mancano vino, frutta , scarpelle e caveciune. Per il fatto che la festa cade all’interno della quaresima , si spiega l’assenza della carne nelle tavole di San Giuseppe. Caratteristica la presenza della pasta con la mollica di pane riccamente condita e fritta: piatto che si ritrova, nelle tavole di San Giuseppe, in più regioni dalla Sicilia al Molise. Sempre nella poesia di Giovanni Cerri :

“ i maccherune fatt’ammegliecate

Ch’anne ècquenciate pe’ tè rejiela…..”

Alcuni cittadini , a devozione del Santo, sempre in occasione della festa di San Giuseppe, distribuiscono gratuitamente pane o pasta con la mollica a tutti i visitatori. Tradizione presente anche in altri paesi molisani, una volta, molto frequente anche a Larino. La sera della vigilia è il momento della veglia vicino ad un altarino, nel frattempo i legumi, da consumare il giorno dopo nelle “ tavele de San Geseppe “, cuociono in una grande pignatta. Dei giovani girano spostandosi per visitare i sepolcri e cantano ” I tenije”(litanie):

 

“ :.. verze u tarde i giune fann’ u gire

De tutte i case pe cantà i tenije

Tu siente cante e suone ‘n tutte i vije “

 

Il 19 due tavole , nella prima siedono un anziano, un’anziana e un bambino a rappresentare la Sacra Famiglia, nella seconda i visitatori pronunciando “ Gessemarie” hanno il diritto di poter mangiare senza chiedere e ringraziare i padroni di casa. Negli ultimi tempi anche a Larino è ritornata forte la tradizione di allestire i “ Cappelle “( altari ) per la festa di San Giuseppe . In molti paesi del Basso Molise la festa è molto sentita e in questo giorno vengono distribuiti i “ maccarune ca mejieche “e pane, organizzate tavolate e allestiti altari. Tra i paesi che si vedono molto attivi nei festeggiamenti di San Giuseppe ricordiamo, oltre a Casacalenda, San Martino in Pensilis, Guardialfiera e Montorio nei Frentani. Anche a Montorio nei Frentani, come negli altri paesi, vengono consumate 13 pietanze a base di legumi, frutta, pesce, pasta con la mollica. La pietanza “ Pezzente” è costituita da tanti legumi ( cicerchie, ceci, fagioli, fave e lenticchie) mischiati: i legumi cotti separatamente in recipienti di terracotta, venivano consumati nelle tavolate. Alla fine del pasto, nel passato, venivano accolti anche i poveri ( “i pezziente”) e a loro veniva offerto del cibo, mischiando tutti i legumi: da qui il nome della pietanza chiamata “ A Pezzente”. A tavola si beve solo vino rosso contenuto all’interno di un particolare contenitore detto carrafone. Nella tavolata la Sacra famiglia è composta da una coppia di sposi con l’ultimo nato nella comunità, due anziani coniugi e altri 8 uomini. La tavolata è preceduta , il 18 marzo, da specifici riti che prevedono la distribuzione di cibo, preghiere e canti devozionali. A Guardialfiera San Giuseppe, generalmente, viene festeggiato la Domenica più vicina al 19 Marzo. Quindi in questa piccola parte d’Italia, un’occasione di vivere una tradizione millenaria e di essere accolti nelle tavole di San Giuseppe dall’usuale e grande ospitalità dei molisani, brava gente e accogliente tutto l’anno.

 APRILE

Tra fuochi e buoi, la festa della Madonna Incoronata.( di Marcello Pastorini)

 

Si avvicina l’ultimo sabato d’Aprile. In questo giorno, in diverse zone del Molise è tradizione festeggiare la Madonna Incoronata. La statua della Madonna è custodita in molte chiese molisane. La Madonna è rappresentata seduta su una quercia, al suo fianco sono presenti due Angeli, in testa porta una corona . Ai piedi della quercia è rappresentato un Pastore con due buoi.

Nella sua poesia “ U Luteme Sabbate D’Abbrile “ Raffaele Capriglione così descrive la Statua:

“…Dend’ a Chiese llumenate

Ncoppe a cerquele ssettate

Sta a Madonne e pare ntrone

E te ncape tre cherone

Te de quarte n’angellille

Scenn aperte e peccerille

Che reghegne u sicchitielle

Scarciacappe e i vuvarielle ….”

La statua sintetizza l’episodio della apparizione della Madonna Incoronata, avvenuta nel 1001, in un bosco nei pressi del Torrente Cervaro vicino Foggia. In quel giorno, un nobile di Ariano era a caccia nel bosco di querce, all’improvviso una luce intensa catturò la sua attenzione, si avvicinò e, su uno degli alberi, apparve seduta la Madonna Incoronata. Quasi simultaneamente arrivò sul luogo dell’apparizione un Pastore , Strazzacappa. Il Pastore versò il contenuto del corno,dove i pastori transumanti conservavano e trasportavano l’olio d’oliva, in una lampada che accese e appese alla quercia. La leggenda narra che quell’olio arse per anni; secondo un’altra versione, invece, degli Angeli continuamente rifondevano la lampada con altro olio.
Bella anche l'interpretazione simbolica del ruolo dei due personaggi umani presenti all'apparizione.
Per volontà del Nobile di Ariano, nel luogo dell’apparizione, fu costruito il Santuario dell’Incoronata che ancora oggi è meta di molti pellegrini. Al pastore transumante è legata la diffusione del culto. Infatti, Il culto della Madonna Incoronata si è diffuso rapidamente in Puglia , Molise e Abruzzo, forse, grazie al periodico spostarsi dei pastori transumanti frequentatori del Santuario dell’Incoronata. I tratturi sono vie sulle quali i pastori hanno trasportato le greggi e le mandrie , ma che hanno anche ricoperto un ruolo nella diffusione di culti. I tratturi, quindi, sono state anche delle “vie sacre” utilizzate dai pellegrini per raggiungere i Santuari.

In particolare i tratturi tagliavano la Via Sacra Langobardorum, quindi non era difficile per i pastori l’incontro con i pellegrini, provenienti dall’Italia e dall’estero, che si recavano al Santuario di San Michele Arcangelo di Monte Sant’Angelo. I pastori quindi hanno probabilmente ricoperto un ruolo importante nella diffusione del culto di San Michele Arcangelo in tutta l’area tra la Puglia e l’Abruzzo e successivamente il culto di altri Santi come San Leonardo… e della Madonna Incoronata.

A Santa Croce di Magliano, nella festa della Madonna Incoronata, “ U luteme Sabbate D’Abbrile”, si ha la tradizionale benedizione degli animali. Accompagnati dagli allevatori, Vacche, Buoi, capre, pecore, cavalli, prima compiono tre giri intorno la chiesa di San Giacomo e poi vengono benedetti. Gli animali sono per l’occasione “ vestiti a festa “ con fiori, fiocchi…

Dalla Poesia di Capriglione :

“…Tutti i ciucce, i cavallucce

Vaccarelle e vitellucce

Tutti i vuove ngiurgellate

Chi campane strate strate

I mulette, i crape e i zurre

Vann’ e suone de tammurre

Tutte nnuocche e nnucchetelle

Tutte hiure e zacarelle

Mponte i corne e mbacce i recchie

Pi grignere e pi curnecchie…”

 

Nella manifestazione, alcuni mandriani a cavallo portano a tracolla la tradizionale e ottima Treccia di Santa Croce di Magliano, un formaggio di latte vaccino unico per la bellezza e eccezionale per il sapore. Nel rito vi è la presenza di“ Scarciacappe”, una deformazione del nome del pastore Strazzacappe della storia che narra l’apparizione della Madonna.

A Larino nella festa della Madonna Incoronata, la sera, si accendono dei falò per le vie della città . Nel passato intorno al fuoco si pregava e si cantavano canti devozionali. Nel canto devozionale si fa riferimento a diverse parti del corpo della Madonna e si alterna ogni frase con un ritornello:

 

“Che belle u pede che te la Madonna

Regina del Mondo l’avimma chiamà

L’avimma chiamà con tanta alleria………..”

 

Rit. : Evviva e Marie, evviva e Gesù Madonne encuerenata e iutece tu.

 

Altri canti devozionali dedicati ad altre figure religiose nei paesi vicini prevedono di passare in rassegna le diverse parti del corpo dei Santi, come nel caso del canto devozionale di San Giuseppe di Montorio nei Frentani: con questo canto, quello di Larino della Madonna Incoronata condivide anche la melodia del ritornello.

Il festeggiamento della Madonna Incoronata con i fuochi è tipico di Larino.

I fuochi di Larino, forse, sono la rappresentazione della luce che attraversò la selva prima dell’apparizione della Madonna al Nobile di Ariano e di quella della lampada del pastore Strazzacappa, quindi potrebbero rappresentare la luce della Fede, mentre in riti antichi il fuoco era parte integrante di riti di purificazione in occasione di passaggi stagionali.

Nel “ Larinese” la Madonna Incoronata è festeggiata anche a Tavenna.

In Molise, Il legame della festa con la pastorizia è evidente anche a Duronia. In questo paese, i pastori, l’ultimo sabato d’Aprile, come segno di una loro profonda devozione alla Madonna, si recano in chiesa per portare latte e formaggio che poi vengono distribuiti a tutta la popolazione.

Inoltre non è casuale che feste dedicate alle "Madonne" si svolgono in molti paesi alla fine di Aprile, Maggio e, in alcuni altri centri, come a Pescasseroli in Abruzzo e a Macchia Valfortore ( la fiera che è proprio dedicata dell’Incoronata) i festeggiamenti ricorrono a Settembre : i due periodi rappresentano il ritorno primaverile in Montagna e la partenza autunnale verso le pianure pugliesi dei pastori transumanti.

I pastori transumanti più devoti, alla vigilia della partenza, a Settembre, si recavano in chiesa per chiedere protezione per il lungo viaggio che li aspettava e per il periodo in cui sarebbero stati lontano dai loro cari; inoltre prima del viaggio del ritorno( Aprile-Maggio), effettuavano il pellegrinaggio di ringraziamento a San Michele Arcangelo del Gargano e al Santuario della Madonna Incoronata.

Con l’arrivo della primavera, quindi, la natura si sveglia, i campi si riempiono dei colori dei fiori, gli alberi riacquistano le proprie foglie, dai pastori transumanti questi segnali venivano accolti con gioia: significavano il ritorno nella propria Terra e dalla propria famiglia, ma prima di partire si sentivano in obbligo di ringraziare la Madonna dell’ Incoronata.

Nel “ Larinese”, alla fine d’aprile, è imperdibile un’occasione per immergersi in feste legate ai pastori e alla transumanza : tra fuochi e… buoi, la festa della Madonna dell’ Incoronata.

Le carresi ( di Marcello Pastorini)

 

Dalla fine di Aprile a metà giugno, nel Molise Frentano, nell’area che nel passato era compresa nella Diocesi di Larino, si svolgono delle spettacolari e coinvolgenti manifestazioni : Le carresi.

Il primo appuntamento è a Chieuti, paese della Capitanata, in cui la carrese è dedicata a San Giorgio.

Poi è la volta di San Martino in Pensilis, in cui il 30 Aprile si svolge, in un percorso di ben 9 chilometri, la tradizionale corsa dei carri trainati dai buoi. La festa ricorda il ritrovamento,  tra il XII e il XIII secolo, in Contrada Ramitelli, del corpo di San Leo da parte da alcuni nobili dell’area. Su suggerimento del Vescovo di Larino, per l’assegnazione del corpo del Santo, le reliquie furono messe su un carro trainato da buoi. Dopo un primo momento di indecisione i buoi iniziarono  a correre verso San Martino in Pensilis. Le reliquie arrivate in paese furono accolte con gioia ed esultanza. Le reliquie furono assegnate dal Vescovo di Larino al nobile di San Martino in Pensilis e da allora San Leo è il patrono del paese. La parte iniziale del percorso della corsa segue il vecchio tratturo, i carri, circondati da abili cavalieri e trainati da velocissimi buoi, si spostano verso il paese. A metà percorso il cambio dei buoi con altri più freschi : momento emozionante e delicato, ogni piccolo errore può costare fatale e il carro avversario è pronto ad approfittarsene. Sarà proclamato vincitore il carro che per prima raggiungerà l’arco che conduce al piazzale antistante la chiesa di S Pietro Apostolo, dove sono custodite le reliquie di San Leo. Una volta i carri concorrenti erano di proprietà di famiglie benestanti del paese. Oggi la corsa è una sfida tra carri di tre “partiti” : Giovani, giovanotti e giovanissimi. Il carro vincitore, addobbato di fiori,  avrà l’onore di portare le reliquie del Santo in processione il 2 Maggio. La corsa  è preceduta e seguita da antichi riti carichi di emozioni e caratterizzati da una profonda spiritualità in cui chiaramente emerge la profonda devozione dei Sammartinesi per il loro Santo Patrono.

Il 3 maggio, a Ururi, un’ altra corsa avvincente di carri trainati da buoi che si sfidano per avere l’onore di portare in processione la sacra reliquia del “Legno della Croce”.   Anche ad Ururi, come a San Martino in Pensilis, una folla di gente , divisa nei diversi “ partiti”, ad accogliere i carri in paese: alle scene di gioia dei tifosi del carro vincitore,la profonda delusione e tristezza sul volto di chi invece ha perso.

Il 25, 26 e 27 maggio a Larino si festeggia la festa del Santo Patrono : San  Pardo. Come affermato dallo storico Giuseppe Mammarella, la figura storica di San Pardo è da collegare al Vescovo  di Salpi( L’attuale Trinitapoli) che partecipò nel 314 d.C al Concilio di Arles contro i Donatisti. Oltre cento carri, trainati da buoi, addobbati da meravigliosi fiori di carta  preparati dalle donne di Larino, sfilano per le vie della Città. I cortei, secondo la tradizione religiosa, ricordano la traslazione delle reliquie del Santo da Lucera a Larino avvenuta nel 842 d.C. Fino alla prima parte dell’Ottocento veniva svolto un solo corteo processionale, quello del 26, che risale a tempi immemorabili, invece i cortei del 25 e 27 sono stati introdotti nel 1872. Precedentemente il corteo del 26, il 25 maggio,  era invece preceduto da una corsa dei buoi. Nel Settecento Monsignor Tria nei suoi scritti parla solo della corsa dei buoi di Larino e di S. Martino in Pensilis, probabilmente quelle di Ururi , Portocannone e Chieuti, forse,  sono di origine più recente.

A Larino la corsa del 25 è stata soppressa intorno alla metà dell’Ottocento per decisione del Vescovo della città, probabilmente, in seguito a un grave incidente verificatesi nello svolgimento della gara.

Quindi anche la festa di Larino in origine comprendeva una corsa di buoi.

Il lunedì dopo la domenica di Pentecoste, la corsa dei carri trainati da buoi, dedicata alla Madonna di Costantinopoli,  a Portocannone. Anche qui tre carri di tre “partiti” diversi si contendono la vittoria: la corsa si presenta avvincente, spettacolare ed emozionante. In un percorso di circa 4 chilometri, vince il carro che per primo arriva al portale di borgo San Costantinopoli, in prossimità della chiesa dei SS Pietro e Paolo. Il carro vincitore porterà in processione il quadro della Madonna di Costantinopoli. A Giugno , altre processioni con carri addobbati con fiori e trainati da buoi : il 13 Giugno, in occasione della festa di Sant’Antonio da Padova,  a Santa Croce di Magliano e a Montecilfone.

 Corse di buoi , in Italia, sono svolte anche nel Nord : Ad Asigliano Vercellese e a Caresana.  Nei paesi molisani e a Chieuti ( FG), dove ancora è in uso la tradizionale corsa dei buoi, i vincitori hanno il diritto di trasportare, durante la processione,  la statua del Santo o il quadro  della Madonna e il frammento della sacra reliquia del “ Legno della Croce”.

Cosa hanno in comune Larino, S. Martino in Pensilis,Chieuti, Portocannone , Ururi, Santa Croce di Magliano e i due paesi in provincia di Vercelli? La risposta è semplice : una cultura agricola –pastorale. Le tradizionali carresi, di San Leo a San Martino in Pensilis, di San Pardo a Larino, della Madonna di Costantinopoli a Portocannone, del Legno della Croce a Ururi, di Sant’Antonio da Padova a Santa Croce di Magliano e Montecilfone e di San Giorgio a Chieuti…sono delle feste che oltre a evidenziare una profonda devozione degli abitanti del luogo per le figure religiose protagoniste nella manifestazione, rappresentano una celebrazione del territorio e un chiaro simbolo dell’appartenenza dei cittadini ad una millenaria cultura agro-pastorale legata in modo stretto al periodico ciclo della Natura. Nelle carresi compaiono : i buoi, l’olivo, i prodotti caseari, il carro agricolo e i fiori a simboleggiare il risveglio della Terra. Nelle carresi la presenza di antichi canti devozionali quali la carregna di Santa Croce di Magliano e le Laudate di San Pardo e di San Leo rispettivamente di Larino e di San Martino in Pensilis. Tutti i canti esprimono una profonda devozione dei cittadini ai Santi Patroni, ma nelle laudate di San Leo e di San Pardo riferimenti al risveglio della Natura : “ Quanne de Hiure ze reveste la cambagne ….”, la bella stagione accolta con gioia da chi vive del raccolto della Terra…. Di seguito alcuni frammenti delle laudate di San Pardo e di San Leo:

 

 “ ……..co Sande Parde, nostro protettore

Nuj laudamme Die , nostro Signore.

A primavera si complisce il mondo

E sopre l’arbre nude spunne a fronna

De hiure ze reveste a campagne

E l’aucielle d’amore gran festa fanne……

………………………………………..

E Sando Pardo vuole il suo onore,

tocca carriero mio, ‘ssu carre d’amore.”

( laudata di San Pardo )

 

 

«  A Ppremavére ce rennove’ u monne,

De sciure ce revèste la cambagne;

L’arbere ce recrop’ a stessa fronne,

L’avecièlle tra lor gran festa fanne!

……………………………………

Ddi ce ne scambe de tembèst e llampe;

E nuie Lu pregame ndenucchiune

Scambece da tembèst e terramute ;

……………………………………

Tocca, carrier’ e ttocche ‘ssu temone

Tocca lu carre de Sande Lione !”

( laudata di San Leo )

 

 

Ma perché queste corse si  svolgono tutte tra la fine di Aprile e Maggio ? In questo periodo avveniva lo spostamento degli animali che dalle pianure tornavano in montagna solcando insieme ai pastori e mandriani i tratturi , nel tempo in cui la Natura esplode con tutta la sua forza e i campi si riempiono di mille colori…. Con l’arrivo della primavera, quindi, la natura si sveglia, i campi si riempiono dei colori dei fiori, gli alberi riacquistano le proprie foglie..; dai pastori transumanti questi segnali venivano accolti con gioia: significavano il ritorno nella propria Terra e dalla propria famiglia.

 In alcuni paesi, dai pastori, gli animali all’inizio della transumanza , quando si riportavano greggi e mandrie in montagna, o in riti che prevedono la Benedizione delle bestie,  venivano inghirlandati e addobbati : un modo per festeggiare il ritorno della primavera, rito propiziatorio per una buona stagione….. Quindi in questo periodo, probabilmente,  da centinaia di anni si celebrano riti legati al ciclo della Natura.  A questo si aggiunge l’innata  voglia di gareggiare degli uomini, di misurarsi con il vicino di casa, il rivale del paese……  per evidenziare la supremazia delle proprie “macchine dei campi”,  e dimostrare a tutti di essere un bravo cavallerizzo o di avere  dei buoi eccezionali.

  A Scanno , in Abruzzo, e a Laino Borgo, in Calabria, vengono effettuati processioni in cui sono coinvolti animali di allevamento che trasportano tronchi di albero o carri. A Scanno il13 Giugno, nella festa di Sant’Antonio, la tradizionale “ processione delle travi “; la manifestazione è “la festa del ritorno dalla transumanza” dopo la fiera di Foggia . Un proverbio del paese, riferendosi ai pastori della transumanza,  dice “ se per Sant’Antonio non è rivenuto o s’è morte o s’è sperdute “.Nella festa Pastori, agricoltori o altri lavoratori non misurano la propria forza con una corsa ma con il mostrare le proprie risorse nella capacità di offrire legna al Convento dei Francescani del paese. Nel corteo, si alternano Equini dei diversi proprietari che discendono dalla montagna con carichi di legna, buoi aggiogati che ,  inghirlandati, trascinano grossi tronchi e signore che trasportano cesti addobbati con fiori e nastri e pieni di “ pagnottelle”. Dopo la benedizione la legna è donata al Convento e le pagnottelle vengono distribuite a tutta la popolazione.

 A Laino Borgo, nella festa di Sant’Antonio, grossi tronchi( “ntinne”) di faggio e quercia vengono trascinati a valle, nel paese, in processione,  da buoi aggiogati( “paricchi”) e inghirlandati . Secondo alcuni le “ntinne” ricordano le offerte di faggi e querce dei greci agli dei….

 Anche in Svizzera , nel Canton Uri,  in occasione dello spostamento degli animali, dalla pianura all’alpeggio, a Maggio, una sorta di “Transumanza in verticale”, gli animali vengono ornati con coccarde e fiori.

A Larino , il 26 e 27 , sul carro, anche un ramo di olivo in fiore con appesi prodotti caseari : rito propiziatorio per un buon raccolto e abbondanza alimentare.

Le carresi sono quindi feste religiose che si  sono inserite in modo armonioso in riti precristiani, che sono stati inglobati, in una sintesi meravigliosa e completa, in un’unica cerimonia che si presenta affascinante e molto emozionante. Nella cerimonia emerge la forte devozione degli abitanti per le figure religiose protagoniste nella manifestazione e un forte attaccamento alla loro cultura agro-pastorale, con riti legati al ciclo della Natura.

Il legame delle carresi con la nostra cultura Agro-pastorale è evidente nella festa della Madonna della Ricotta di Pietracatella ( CB ). I festeggiamenti iniziano la Domenica che precede la Pentecoste quando la Madonna di Costantinopoli o “ Madonna  della ricotta” viene collocata su una portantina ornata di fiori . La domenica di Pentecoste la statua è posta sulla “ castellana “ un trono addobbato da drappi. Il giorno dopo i pastori offrono il latte con cui produrre il formaggio e la ricotta, prodotti distribuiti poi a tutto il paese. Una volta il latte era offerto dai pastori che portavano le loro pecore all’addiaccio sulle “terre della Madonna”. Il martedì la processione con piccoli carretti, sui quali prendono posto i bambini,  addobbati con fiori e coperte e trainati da montoni .

 In Molise non mancano altre occasioni di immergersi in feste in cui forte emerge il nostro attaccamento alla nostra cultura agro-pastorale ( ad esempio le “Traglie” di Ielsi e Lupara), tradizioni che da millenni si tramandano di generazione in generazione e che andrebbero valorizzate, promosse a livello nazionale e internazionale . Queste feste, espressione della nostra identità culturale,  potrebbero contribuire a  definire un volto unico e riconoscibile della nostra Terra e quindi fungere da  veicoli promozionali di un territorio ricco di storia, arte, natura e sapori.

Marcello Pastorini

Bibliografia

Giuseppe Mammarella/ “ Da vicino e da lontano “

Napoleone Stelluti/ Carri e Carrieri / Ed. Enne

“ La leggenda di San Leo”/ Almanacco del Molise del 1977/Enzo Nocera Editore

M.Agamennone / Due Laudate meridionali /Rufus

Antonella Angiolillo, Antonio Giorgio( APA Campobasso )” La Madonna della Ricotta e L’addiaccio”

Dire fare guardare / Guida della Provincia di Campobasso

WWW.guida Abruzzo.it : “ La processione delle travi”

 

MAGGIO

 

  “Maije Dde le Defenze”, è arrivata la Primavera!

( Di Marcello Pastorini)

“E Jecche a maije mije Dde le Defenze…E l’uoreje ja specate, lu grane mo cumenze”, sono i primi versi del canto, “Maije Dde le Defenze”, eseguito il 1 maggio a Lucito,  in una splendida festa , fortemente ancorata ai bisogni e i valori  della millenaria cultura agro-pastorale della gente molisana. Col canto, si augura a tutti buona salute  e l’abbondanza alimentare. Il canto è effettivamente associato ad una questua: la gente dona prodotti genuini della nostra terra che vengono poi consumati dai cantori e dai musicanti. Un piccolo pagliaio, di circa 60 kg, costruito con giunchi e altre essenze vegetali, adorno di fiori, e primizie quali fave, con in cima rami di ginestra in fiore, è portato, smuovendosi danzando per le vie del grazioso centro del medio Molise, da un uomo,  ed è accompagnato dai cantori e musicanti che eseguono il canto “Maije Dde le Defenze” . La tradizione è antichissima! L’arciprete Gennaro Piedimonte nel suo libro del 1899, “Notizie civili e religiose di Lucito” ( ed. Colitti), scrive : “ Da tempo immemorabile nel primo maggio si fa una festa floreale, quasi saluto alla primavera…”Dopo la descrizione del pagliaio, don Gennaro Piedimonte cita anche gli strumenti utilizzati per l’esecuzione del brano musicale: zampogna, tamburelli e castagnole.

L’Ecomuseo Itinerari Frentani ha incontrato,  tempo fa, i cantori del “Maije Dde le Defenze”. I musicisti e i cantori ci hanno guidato nella scoperta del brano musicale e della festa. I membri dell’associazione Altair ci hanno raccontato che, da ricerche effettuate con gli anziani, è emerso che,  agli strumenti musicali citati da don Gennaro Piedimonte, va aggiunto il bufù, utilizzato nel passato per accompagnare il canto. Inoltre dalla testimonianza di un anziano, Michele Di Carlo, è stato possibile ricostruire la “ scupina”: non una particolare zampogna (con chanter di canna), ma una particolare canna che opportunamente intagliata, diventa un’ancia e  soffiandoci dentro emette una sola nota che fa da bordone e accompagna il canto. 

In realtà la festa, per lo spopolamento, in seguito ai fenomeni migratori,  rischiò la definitiva scomparsa. Tuttavia nel 1997, l’associazione culturale Altair, sulla base dei racconti degli anziani, la ricerca di documenti tra cui il testo precedentemente citato, rilanciò con successo l’antichissima manifestazione che ormai, da quindici anni, viene celebrata senza interruzioni. La melodia e il testo del canto “Maije Dde le Defenze” è stato conservato anche grazie al prezioso lavoro del compositore e pianista Vittorio de Rubertis. Lo studio musicologico del Maestro Vittorio de Rubertis, fu pubblicato nel 1920(vol XXVI, fascicolo n°1), nella “ Rivista Musicale Italiana”.

 Lucito, nel passato, era uno dei centri del Circondario di Larino e proprio un celebre larinese si occupò della festa “Maije Dde le Defenze”. Infatti, il musicista e compositore larinese Adriano Lualdi, nel 1938,  compose un’opera dal titolo “ Samnium” con brani sinfonici improntati al clima da festa di strapaese.

L’opera si compone di tre parti: I Mietitori di Vasto, La canzone della vecchia Larino e , per l’appunto, Il maggio della Defensa. 

 Per immergersi nei profumi della Primavera, vivere  l’atmosfera di una festa arcaica,  gustarsi i nostri prodotti genuini, ascoltare canti antichi della nostra cultura popolare non si deve assolutamente perdere l’occasione di partecipare ad una delle feste più genuine della regione: il 1 maggio, tutti a Lucito!

La Festa di San Pardo a Larino(di Marcello Pastorini)

 Tra le feste più belle d’Italia c’è la festa di San Pardo, il Santo patrono di Larino e di tutta la diocesi.

Il 25 maggio, alle ore 17.30, dal Centro storico medioevale parte un affascinante corteo processionale, con oltre 120 carri trainati da buoi e addobbati a festa,  e si dirige a Larino Pian San Leonardo alla volta della cappella di San Primiano. In questo primo  giorno di festa, la cerimonia prevede l’invito alla festa,  da parte di San Pardo, rivolto a tutti i santi tra cui San Primiano, il compatrono del centro frentano. I carri, dopo aver prelevato il simulacro di San Primiano, festosi, illuminati da centinaia di fiaccole, tornano, nella tarda serata,  nel centro storico. Il 26 maggio l’elegante processione, con  tutti i carri artisticamente addobbati ricoperti di fiori e pregiati tessuti e trainati da buoi,  interessa le vie del centro storico. In processione vengono portate le reliquie e  il simulacro di San Pardo e quello di tutti i santi. Il 27 maggio , dalle ore 10.00, la processione parte dal centro storico per fare meta nuovamente alla cappella di San Primiano per riaccompagnare il simulacro di San  Primiano, martire larinese, compatrono di Larino e Patrono di Lesina. Dopo una pausa, in cui si consumano pietanze locali, è previsto nel pomeriggio il ritorno nella Larino medioevale per la chiusura della festa.

La festa ricorda il trasporto delle reliquie del Santo avvenuta  il 26 maggio del 842 d. C da Lucera a Larino, su un carro trainato da buoi.

Con la festa i “larinesi” di tutta la diocesi ringraziano, per intercessione di San Pardo e dei patroni degli altri centri del territorio, Dio per tutto quello che ci ha donato.

Tre giorni di festa ricchi di emozioni, di colori, di sapori, di odori, un’avventura indimenticabile, da vivere!!!

Nella festa sono protagonisti interessanti canti devozionali tra cui il “ recente” Inno a San Pardo e l’arcaica laudata, carrese o carrera di San Pardo, un suggestivo canto monodico, una bellissima preghiera cantata con riferimenti al ciclo della natura e alla nostra storia.

 

La festa di Sant’Antonio da Padova a Santa Croce di Magliano

(di Pastorini Marcello )

 

I festeggiamenti di Sant’Antonio da Padova iniziano a Santa Croce di Magliano il 31 maggio con la “ tredicina”: in chiesa viene esposto il simulacro del Santo e ogni sera, per tredici giorni, i fedeli si riuniscono in preghiera e assistono alla celebrazione della Messa. Nello stesso tempo fanno la comparsa i carri addobbati con fiori e stoffe colorate: quelli trainati a mano dai bambini che chiedono , per il paese, un’offerta per l’organizzazione della festa. Tradizionalmente, i  “carri grandi”, rivestiti da stoffe colorate e fiori, ma anche spighe di grano, portanti, nella parte anteriore,  l’immagine del santo e cesti di Pane Benedetto, si recano, trainati da vacche,  nelle campagne per effettuare la questua: conigli, formaggi locali ( pecorino, caciocavalli), polli, maiali, vino, olio extravergine vengono offerti dai contadini e poi messi all’asta il 13 giugno; il ricavato dell’asta viene utilizzato per il pagamento delle spese dei festeggiamenti per il Santo Patrono.

Il 12  giugno, nel giorno precedente la processione per le vie del paese, nel piazzale antistante la chiesa madre, avviene la tradizionale Benedizione dei carri.

Durante tutto il periodo dei festeggiamenti viene benedetto anche il “Pane di Sant’Antonio” che viene, giornalmente , distribuito a tutta la popolazione.

Il giorno 13 Giugno, la festa ha inizio già nelle prime ore della mattina, quando i carri e il pane vengono nuovamente benedetti, poi , prima della lunga processione, i carrieri, le loro famiglie e tutti gli ospiti, effettuano una lunga colazione a base di prodotti della Terra:frittate, pampanella, vino locale, rustici a base di formaggio, prodotti caseari, pane, salumi abbondano sulla tavola.

I carri poi prendono posizione in corso Umberto 1° e quando, alla fine della Messa, il simulacro del Santo esce da chiesa e viene portato in processione, i carri si avviano, precedendo la folla dei fedeli in preghiera.

Nella sfilata con i carri si ha un’esplosione di colori ma anche di suoni: all’interno dei carri, dei cantori, per lo più anziani, accompagnati da una fisarmonica, eseguono un antichissimo canto devozionale : “La carregna”. Come per le laudate o carresi di San Pardo a Larino e di San Leo a San Martino in Pensilis, nella Carregna di Santa Croce di Magliano è evidente la profonda religiosità e devozione per il Santo Patrono dei santacrocesi; inoltre, visto che le popolazioni del Basso Molise, tradizionalmente, erano legate per il loro sostentamento ai prodotti della Terra, non mancano nel canto frasi relative al ciclo della natura con la sottintesa richiesta di protezione da parte del Santo:

“ Nuvela, nuvelella de la marine

Dove la voje scarecà questa tempeste

La voglie scarecà tra maggio e bbrile

Quanne sbocce u  hiore de la primavera”

Al passaggio del Santo in processione, in molti quartieri, i cittadini festeggiano Sant’Antonio da Padova con tradizionali fuochi d’artificio.

Alla fine della Processione i carri si dispongono allineati davanti la chiesa e tra lo scampanio dei campanacci e le rituali preghiere,  il Santo rientra, tra gli applausi della gente,  nell’edificio religioso.

Dopo la processione, i carrieri e tutti gli invitati consumano un lauto pranzo e , nel tardo pomeriggio la festa continua con la tradizionale asta in Piazza MARCONI

In serata il tradizionale fuoco d’artificio, ripreso in una poesia di Raffaele Capriglione.

 

 

“ ...va pell’arie u fulcherone

Che nu fische essaje strillente

Come e serpa relucente........

E te cacce tanta stelle

Tanta ricce e serpetelle

Gialle , rosce e nnargentate

Tutte d’ore e spalejate...”

AGOSTO

Festa di San Basso

Il 3 e 4 agosto, nella bella città marinara di Termoli, viene festeggiato San Basso patrono della città e, insieme a San Pardo, della diocesi. Il giorno 3 agosto, il simulacro del santo è portato dalla bellissima Concattedrale fino al porto, dove viene collocato su una imbarcazione, scelta per sorteggio, e si dà inizio ad una suggestiva processione al mare in cui partecipano centinaia di persone e decine di imbarcazioni. Il simulacro di San Basso poi è collocato presso il porto dove i fedeli si recano per tutta la notte per pregare. Il 4 agosto,  giorno della festa di San Basso, la Processione,  interessa le vie della città, e, alla fine, tra gli applausi della gente commossa,  si  riporta la statua del santo in Concattedrale.

 

 

SETTEMBRE

 

Il Pellegrinaggio al Santuario della “Madonna della Difesa”( di Marcello Pastorini)

 La quarta domenica del mese di settembre, si svolge il tradizionale pellegrinaggio al Santuario della “Madonna della Difesa” di Casacalenda. Dai paesi vicini , a piedi, con i mezzi pubblici o con propri autoveicoli numerosi pellegrini si spostano al Santuario. Anche L’Ecomuseo Itinerari Frentani promuove, in collaborazione della parrocchia di San Pardo, il rituale pellegrinaggio coinvolgendo alcuni cittadini e giovani di Larino e dei centri vicini. Durante il tragitto, con un percorso che si snoda nello splendido scenario della Valle Cigno, i partecipanti solcano vecchie strade di comunicazione ormai , se non per un utilizzo agricolo, quasi in disuso. I pellegrini si muovono verso il Santuario della “ Madonna della Difesa” poiché spinti dalla tradizione e dalla necessità di una "rigenerazione" dello spirito. Durante il tragitto,  i Cantori della Memoria, che lo hanno recuperato e riproposto di recente , eseguono insieme ai pellegrini un vecchio canto devozionale intonato alcuni decenni fa quando ci si recava a piedi al santuario. Nel canto emerge la forte devozione dei pellegrini per questa figura religiosa . Di seguito una delle strofe del canto:" ce steve na gevenette, carmenelle se chiamava, ciunche , mute e streppiate e a Vergine ha pregate", ovvero anche chi avrebbe tanto bisogno di aiuto si reca al santuario non per chiedere ma per ringraziare, mediante preghiere e con intercessione della Madonna, il Creatore perché la vita è comunque bella, la terra in cui viviamo è meravigliosa, ci dona le risorse per poter vivere e ci porta alla contemplazione. L’auspicio è che si dovrebbe tornare a questi riti, ma partendo da questi fondamentali principi, così la fede sarebbe anche un elemento di protezione della natura poiché l’offesa della stessa rappresenterebbe un attacco alla Creazione e quindi a Dio.

 

Il Pellegrinaggio consente di gustarsi il paesaggio della Valle del Cigno che è incantevole. Nella valle si scorgono le immagini di vita rurale, i lembi di macchia mediterranea che si alternano a resti di foreste di querce e all’ambiente umido dello splendido torrente dove, da osservazioni e da prime indagini, potrebbe addirittura essere ospitata la lontra . Queste vie sono state da secoli utilizzate per gli spostamenti di pellegrini, mercanti , pastori. Durante il tragitto , in alcuni punti, è possibile trovare ai lati della strada, su  campi arati,  resti di vecchie sepolture, di manici di recipienti, coperture in terracotta delle tombe. Purtroppo queste strade in alcuni tratti sono invase dalla vegetazione e andrebbero riaperte per consentire il pellegrinaggio e il loro uso anche in altri periodi dell’anno. Nel percorso si incontra, in un bel boschetto di querce, anche un’enorme e suggestiva statua, " il Gigante", realizzata con l’utilizzo di numerose pietre da un artista greco che ha risieduto per alcuni mesi, diversi anni fa, a Casacalenda.

Giunti " na curve du ciuoppe", i pellegrini dopo aver effettuato l’ultima arrampicata giungono al Santuario che è posto sopra un panoramico colle. Dopo aver attraversato le bancarelle di un tradizionale mercato che come prodotto caratteristico e tradizionale ha il sedano detto " U lacce", dopo una bevuta di una fresca acqua che sgorga nella fontana del santuario, i pellegrini, di tutti i gruppi, visitano la chiesa. La cappella rurale fu costruita, con autorizzazione del Vescovo di Larino Bernardino di Milia, nel 1896. Nella quarta domenica di settembre del 1901 giunse al Santuario, tra l’esultanza della folla, la splendida statua della Madonna in terracotta, opera dell’artista fiorentina Amalia Duprè. L’area è comunque stata frequentata da sempre per il pascolo del bestiame, ma anche come luogo di culto: in zona, grazie al sogno di alcuni Casacalendesi sono stati ritrovati resti di sepolture, di un altare, di un' acquasantiera , di un edificio religioso crollato probabilmente in seguito al terremoto del 1456.

I pellegrini giunti al Santuario effettuano preghiere e ringraziano  il Signore per intercessione della Madonna per il piacere ricevuto col pellegrinaggio, grazie al quale, effettuano ogni anno un viaggio nella natura , nella storia, nei sapori, nelle tradizioni, nella fede.

 

OTTOBRE

La Fiera d’Ottobre: dalla storia, una lezione per il futuro( di Marcello Pastorini)

Diversi autori si sono soffermati sul fatto che Larino, anche in periodi antichissimi, ad esempio nell’epoca romana, avesse un’economia florida, incentrata sull’agricoltura e pastorizia, e che la collocazione della città, sorta lungo  vie importanti di comunicazione, favorisse il suo ruolo economico e commerciale nell’area. Probabilmente, questa posizione favorevole, fu la causa della grandezza di Larinum in termini economici, politici e militari. Tuttavia è difficile dimostrare il collegamento delle nostre fiere con epoche così remote. Infatti,  visto anche la disastrosa situazione economica avutasi in seguito alla caduta dell’impero romano con la frammentazione della popolazione , l’indebolimento estremo delle attività agricole e produttive,  la mancanza totale del controllo politico e militare del territorio, è difficile pensare che le attuali fiere siano la continuazione di manifestazioni simili che si svolgevano nell’antichità.

Dopo la rinascita dell’agricoltura, grazie all’azione dei monaci benedettini, ci fu la nascita di piccole comunità rurali intorno ai monasteri. In seguito, si ebbe l’incastellamento e l’arrivo al periodo feudale. La popolazione, per una maggiore sicurezza, si rifugiò in centri fortificati, tuttavia la protezione era pagata con la sottomissione delle persone al feudatario. La riduzione della libertà della gente e un’economia chiusa e controllata  impedirono un forte sviluppo dell’ economia e del commercio. Successivamente Federico II, con la sua riorganizzazione dello Stato “indebolì  L’aristocrazia feudale”, diede un impulso alle attività produttive e al commercio. Scrive lo storico Giuseppe Maria Galanti nel testo:  “ Descrizione dello Stato antico ed attuale del Contado di Molise”: “Ecco l’epoca dello stabilimento della proprietà del regno, l’amministrazione pubblica cominciò a prendere una forma più solida. Di qui i principi di un governo regolare, della civiltà, delle arti, del commercio…..Egli( FedericoII) si studiò di stabilire con un corpo di leggi i principi di un governo libero ed eguale, che assicurasse a ciascuna persona la libertà civile e la proprietà dei beni, ed incoraggiasse le arti e le industria… Federico II nel 1234 istituì le fiere generali nelle diverse parti del regno. Sotto di lui la popolazione crebbe sensibilmente…le nostre provincie…cominciarono ad essere abbondanti e floride…”. Anche in questo caso , però, non è possibile, con certezza, legare l’esistenza delle nostre fiere all’azione politica di Federico II. Molto più facile è invece  chiarire perché la nostra antichissima fiera si svolge a Ottobre. Prima di chiarire questo aspetto, soffermiamoci sull’etimologia della parola “ Fiera”.

Come molti sapranno il termine fiera deriva dal Latino Feriae dal significato di festa, giorno festivo. Infatti i mercati si tenevano in occasione di feste. In questi giorni si riversavano nelle città moltissime persone provenienti dalle aree rurali e questo rappresentava una ghiotta occasione per il commercio di animali, oggetti di artigianato, produzioni locali. Anticamente a Larino si svolgevano tre fiere importanti, la prima dell’anno, quella di Sant’Antonio Abate,  a Gennaio, dal 13 al 21 del mese,  la seconda, intorno alla festa di San Primiano, dal 13 al 18 maggio e infine quella di San Pardo che si svolgeva dal 18 al 28 maggio. Questo dato è riportato nell’articolo “ La Fiera di Larino nella storia” di Giuseppe Mammarella che a sua volta si riferisce al testo  “ Considerazioni storiche sulla città di Larino” di Giandomenico e Alberto Magliano in cui è riportata una relazione di Salvatore Pinto “ in cui sono descritte le condizioni dei pochi abitanti di Larino scampati da un’epidemia di peste che nel 1656 interessò la città frentana”( Giuseppe Mammarella/ Da Vicino e da Lontano).

La collocazione della fiera di San Pardo nel mese di Maggio e intorno alla festa patronale giustifica il successo di questa manifestazione: molte erano le persone, da tutti i centri vicini, richiamate a Larino in quei giorni. Larino da sempre è stato un centro di riferimento perché sede di diocesi e luogo dell’antica città di Larinum. La festa ha origine antichissima come probabilmente la fiera. Inoltre la fiera si svolgeva in un periodo cruciale, ovvero al ritorno dei pastori in montagna lungo le vie della transumanza ovvero i tratturi. Con le fiere i pastori avevano la grande possibilità di compiere affari prima del rientro a casa. Quindi una grande concentrazione di persone, di allevatori, caratterizzò da sempre questa antica fiera.

Tuttavia ci sono alcuni misteri da chiarire sul sito dove viene svolta la fiera, denominato , in dialetto,  “ U Chiane da fiere” e corrispondente al luogo dove è sorta la città moderna e dove era collocata la Larinum antica. Visto la grande quantità di animali e quindi la grande necessità di spazi, la collocazione della fiera in quel luogo era di comodo? Oppure la fiera si svolgeva in quel luogo già prima dello spostamento della comunità nel Centro storico medioevale? Io sono per la prima ipotesi, ma l’enigma è di difficile chiarimento.

Successivamente, la fiera di San Pardo, con decreto regio del 13 settembre del 1742 di Carlo III, Re delle Due Sicilie, fu spostata alla seconda decade di Ottobre, nacque così la manifestazione che noi oggi chiamiamo “Fiera d’ottobre”.( Giuseppe Mammarella/ Da Vicino e da Lontano I)

Quindi nel 1742 la fiera fu spostata ad Ottobre. Intorno a questa data, il 17 ottobre, a Larino, si festeggia, il natalizio del Santo Patrono,” San Parde de vellegne”. Inoltre fu confermata il legame della fiera con la transumanza visto che quel periodo dell’anno, Ottobre, è all’incirca coincidente con la discesa, sui tratturi, di mandrie e armenti dalle montagne alle pianure della Capitanata.

La fiera di Ottobre, da sempre,  è stata un riferimento commerciale per tutta l’area ed ha assunto , con il tempo, dimensioni tali da essere definita tra le più importanti dell’Italia Centro-meridionale. Era una fiera legata all’agricoltura, quindi si vendevano molti animali, ma anche svariati oggetti e prodotti. Veniva gente da diverse parti d’Italia, oltre ai commercianti , arrivavano a Larino gente di malaffare, cantastorie e giocolieri. Nel periodo della fiera si consumavano alcune specialità tra cui capitoni arrosto.

 Diversi anziani che ho intervistato nei paesi vicini mi hanno raccontato che venivano a piedi alla grandissima fiera di Larino, come un arzillo anziano di Civitacampomarano, “Alessandro”, che alcuni anni fa mi ha ricordato dei suoi “viaggi”, a piedi, a Larino per la compravendita di bovini. Della fiera d’Ottobre di  Larino ne hanno parlato due scrittori importanti : Francesco Iovine e Luigi Incoronato, altri autori hanno composto componimenti musicali e poesie e ha stimolato la fantasia di diversi fotografi.

Bellissima è l’immagine della Fiera d’Ottobre del 1893 in una foto di Scipione Novelli di cui una copia ingrandita è posta nell’attuale sala consiliare di Larino in Via Cluenzio. Notevoli, suggestive, documenti importanti sono le foto scattate dall’Illustre famiglia di fotografi larinati “ Pilone”.

Purtroppo non sono riuscito a trovare gli spartiti, ma, come risulta nel libro “ L’altare insanguinato” di Giovanni de Luca,  il maestro don Carlo Bucci di Montorio nei Frentani, compose un brano musicale dal titolo “ La fiera di Larino”: “ Esso riproduceva quasi in modo plastico e rappresentativo l’omonima fiera-mercato larinese, che si svolge nei giorni 7-10 Ottobre, non lungi dalla stazione ferroviaria: fischio e arrivo del treno ansimante e sobbalzante sulle rotaie; muggiti dei buoi, il belare delle pecore, il raglio dei somari, lo strillare assordante dei molti venditori di castagne, anguille, “scapece”, utensili domestici, tessuti vari. Tutto era ben imitato da oggetti diversi e strani, dalle voci umane o strumentali dei vari musicanti, che dal maestro Bucci erano dislocati in diversi punti e luoghi, con direttive precise di come e quando dovevano entrare in azione.”

Nel suo “ Viaggio nel Molise, nel paragrafo “ I contadini vanno al piano”,  Francesco Iovine scrive : “ A Larino torneranno ancora per la fiera nell’ottobre: tutta la gente dei monti che si è incontrata nella piana di Larino, all’ombra della bella cattedrale gotica o nei suoi pellegrinaggi verso i santuari delle puglie o nelle migrazioni periodiche per i lavori campestri, si è data convegno qui sul finire dell’estate. La fiera è antichissima e dura una settimana: da tutti i villaggi del tavoliere e del Molise vanno verso il piano innumerevoli greggi, branchi di maiali, armenti scampananti, orefici di Agnone, spezzini da Frasso e Telese, pescivendoli da Termoli e da Vasto, saltimbanchi da Bari e da Napoli, sonnambule, giocatori di ventiquattro e ladri di ignota e universale provenienza. Gli zingari di Ielsi e di Casacalenda che hanno tecnica di Imbroglio secolare conosciuta e facilmente evitabile, si mischiano a quelli provenienti da lontano, più astuti, misteriosi…i contadini vanno verso la fiera con l’idea di tuffarsi in un ginepraio inestricabile di allettamenti, richiami persuasivi, che celano un colpo mancino o una truffa…dover concludere un affare in quella gazzarra, tra quel casa del diavolo, genera la diffidenza nei poveri contadini che affidano la loro speranza ad un unico capo di bestiame, a un solo asino, a un solo vitello….Ma nonostante tutto la gente dei monti è attratta dal piano verso questa varia, inquietante vita, irresistibilmente.”

La Fiera ha ispirato anche l’animo sensibile di poeti come Maria Serafini( “ Maestra Farina”) con la sua : “ E’ Fiera” che ho ritrovato sul n° 17 de “ Il Ponte” del settembre 1991 e  riporto di seguito:

E’ FIERA

E’ Fiera, fiera, fiera.

Non sapevo che cos’era

Una grande confusione

Di cafoni e di signori

Di cavalli e di maiali

E d’ogni sorta di animali

E poi banche e bancarelle dove si trovano cose belle.

Baracche e baracconi

Dove si mangia un buon boccone

Pesce anguille cotti arrosto

Che si mangiano sul posto

Qui si vende il buon vino

Viva la Fiera di Larino.

Un altro importante scrittore, Luigi Incoronato, parla della fiera, nel suo racconto “ Morunni”. Luigi Incoronato è nato a Montreal da padre molisano, di Ururi, e madre piemontese. La fiera di Larino era così importante che , sicuramente, il padre avrà raccontato al figlio aneddoti su questa storica manifestazione. L’autore ne sarà stato così tanto impressionato e incuriosito che ha voluto riportare, nel suo racconto, i ricordi del padre sulla Fiera. Nel libro Incoronato parla di località molisane, ma a  quella d’origine, Ururi, dà un altro nome, “Morunni” per l’appunto, e a Larino, visto l’uso dei paesi vicini di denominare il centro frentano “ Arine”, secondo la mia opinione, lo chiama Rinno. Un Capitolo del libro è denominato “ La fiera di Rinno”. Visto che scrive basandosi, probabilmente, sui ricordi del padre, non è preciso sulle date, poiché scrive che si svolge “ alla fine di settembre” e ha la durata di quattro giorni, tuttavia nella descrizione è vicino a Iovine e altri che hanno parlato dell’evento. Riporto di seguito un passo del capitolo :” Oramai erano in pianura e stavano per giungere dove ogni anno …aveva luogo la rinomata fiera di bestiame, che si tramutava in una fiera di ogni sorta di mercanzie, dai piatti di budella arrostite, dalle scope di Napoli, ai coltelli di Campobasso, e raccoglieva migliaia e migliaia di contadini dai villaggi della regione, per ben quattro giorni, a comprare cose e cosucce, dal maiale ai fichi secchi, dal torrone alle scarpe, Un vocio infernale , un rincorrersi di richiami, di risa, di suoni d’ogni genere, un forte odore di animali e di uomini, un gran fango per terra e baracche, baracche, cantastorie, imbonitori, zingari, ladri, donne di ogni età, molte in nero, floride e grinzose, bambini, proprietari, braccianti, ruffiani e porci, cavalli, vacche…Finalmente lì scorsero i porci di don Erminio Tuccini… molta gente stava lì ad ammirarseli, scegliendo a lungo, con pazienza, sapendo di compiere un atto molto importante nel comprare il porco da crescere fino oltre Natale. Don Erminio sentì dentro di se un vago senso di contentezza…la giornata prometteva bene…Parlò col garzone che avrebbe diretto le vendite, gli fece delle raccomandazioni….”.

Quindi la Fiera di Larino rappresenta un reperto che custodisce la nostra storia, una chiara testimonianza del  nostro legame con il mondo agricolo e pastorale,  una prova dell’appartenenza della nostra comunità alla cultura e all’economia della transumanza. Il successo di questa fiera è legato al fatto che essa, da secoli, ha rappresentato per lungo tempo la cultura, l’economia  della nostra terra. La fiera è stato uno strumento , una vetrina promozionale del territorio, un luogo in cui era possibile acquisire nuove conoscenze e strumenti di lavoro, ma anche il mezzo per garantirsi la sopravvivenza, quindi è  ricordata da tutti con affetto, come luogo della nostra memoria,  è un’immagine della nostra anima che è radicata nella storia di questa terra. La fiera è un simbolo della nostra cultura, della nostra storia , della nostra economia. Oggi la fiera, per questo legame con la storia, per l’affetto e la gloria che ha guadagnato nel tempo, si “promuove per inerzia”. Anche se, parzialmente,  ha perso il collegamento con l’economia della nostra terra, riesce a richiamare ancora 50.000-60.000 visitatori. Non c’è dubbio che in quei giorni il comune incassa soldi per la cessione di suolo pubblico, per la riscossione della concessione della fiera alla ditta organizzatrice, i locali, ristoranti, pensioni, hotel, agriturismi, e negozi di Larino e dintorni lavorano molto di più, quindi l’evento concede una boccata d’ossigeno ad una terra che sta soffrendo una gravissima crisi economica. Non Fare la fiera, interrompere il legame con la nostra storia sarebbe un suicidio incredibile, distruggere quello che i nostri antenati hanno costruito con fatica e impegno, sarebbe un’altra vittoria di quei cittadini imbecilli che mirano alla distruzione della nostra terra. Tuttavia, questa Fiera deve riprendere il ruolo promozionale e di motore dell’economia locale, deve riprendere questa importante funzione  e cercare di smettere di essere solo il simulacro di quello che ha rappresentato l’evento nel passato. Neanche il legame nostalgico con il passato non basterebbe!  Nel passato venivano venduti animali perché rappresentavano i beni di produzione e i mezzi di lavoro, oggi dobbiamo puntare a quello che la nostra terra  offre , il meglio che può proporre a livello artigianale, enogastronomico, dei servizi . La “produzione” locale che per tipicità e qualità riesce a reggere l’urto della violenta globalizzazione. La fiera deve inoltre servire da stimolo, perché potrebbe essere la via attraverso la quale guardare cosa fanno “ gli altri”, un mezzo per un confronto con altre culture, economie, quindi rappresentare la palestra, la scuola per apprendere, per inventarsi un mestiere, per migliorare le attività produttive locali.

 Le sfide che deve affrontare la fiera sono ancora più grandi perché le illusioni del dopoguerra, dei soldi pubblici in abbondanza, del miraggio di un’economia facile, dell’inserimento, per “ piaceri”, in forze lavorative “ad ingrossare l’esercito del debito pubblico”, ha indebolito la creatività , la mentalità imprenditoriale, in una terra che nel passato ha rappresentato la patria di imprese importanti impegnate ad esempio nella produzione della pasta, dell’olio. Tuttavia, in questa terra, ci sono ancora molte persone attive, alla guida di imprese e enti di tutto rispetto, che fondono la loro attività su risorse del luogo e hanno  un chiaro progetto per la nostra terra: queste persone dovrebbero avere l’appoggio della politica, della nostra gente, essere protagonisti in una fiera che deve continuare ad essere il riferimento del popolo “larinese”, molisano, che punta ad un mondo legato alla fatija e non a quello della furbizia e dell’opportunismo!