ITINERARI LETTERARI

 

 

Francesco Jovine

(Liberamente tratto da un saggio di Carla Consiglio

La nascita nel 1902 a Guardialfiera, la realtà contadina del suo paese e dell’intera regione Molise, la lontananza del padre emigrato per sette anni in America, il lavoro affrontato già a sedici anni e la conseguente esigenza di conciliare gli studi universitari con il lavoro di insegnante elementare, sono i punti di riferimento essenziale per comprendere il suo percorso artistico.

La sua maturazione umana ed intellettuale avviene all’interno della nostra società meridionale, le cui componenti erano allora la massa contadina, amorfa e disgregata, i grandi proprietari terrieri e, marginalmente, i grandi intellettuali. Di questa società Jovine avverte tutti gli squilibri che si concretizzano principalmente nella sofferenza e nello sfruttamento dei contadini. La questione agraria, che nella prima metà del secolo è parte integrante della questione meridionale, viene sperimentata concretamente da Jovine che, intellettuale inurbato, ma persistentemente legato alla provincia, se ne fa testimone e critico nella sua opera di pubblicista e romanziere.

Nel 1934, pubblicando la sua prima opera “Un uomo provvisorio”, dichiara di scegliere l’arte realistica che “se è veramente arte, è sempre un’integrazione della realtà, una maniera di vederla, che è poi un ricrearla dentro di sé.” Dopo “Ragazza sola” e la raccolta di racconti “Ladro di galline”, nel 1942 pubblica il romanzo “Signora Ava”, a cui seguono i racconti “Il pastore sepolto” e “L’impero in provincia”.

Ormai il percorso ideologico si caratterizza sempre più apertamente in un programma politico progressista, mentre letterariamente lo scrittore aderisce sempre più consapevolmente al Neorealismo, che lo differenzia dal Nuovo Realismo degli anni Trenta, per un più deciso impegno ideologico e morale e per una maggiore fedeltà alla tradizione nell’impianto narrativo.

In “Signora Ava” coloro che, aspettando il liberatore Garibaldi, speravano in un avvenire migliore, astrattamente caratterizzato da libertà, giustizia e lavoro, vengono sconfitti dai padroni di ieri, i nobili del paese ed i funzionari borbonici, che continuano ad essere pur sempre i padroni, anche con l’avvento dei piemontesi.

Ma la necessità della rassegnazione alla negatività dell’esistenza, della politica e dell’economia che deriva dalla lettura di questo primo romanzo è superata ne “Le terre del Sacramento”, uscito postumo nel 1950. Nel romanzo, infatti, Jovine tratta il tema della possibilità di una lotta, diretta ad infrangere la condizione della servitù economica e condotta da chi conosce, per esperienza sofferta, i termini sociali di questa servitù indicando così la via del riscatto dei diseredati. C’è, ancora nel romanzo, il tema caro a Jovine della gioventù povera, ma non incolta, che avverte tutta la negatività della realtà miserabile in cui vive e ne vuole uscire, per partecipare in modo dignitoso alla vita nazionale.

E’ pur vero che il protagonista de “Le terre del Sacramento”, Luca Marano, così come il protagonista di “Signora Ava”, Pietro Veleno, sono uccisi dalla reazione dei prepotenti di turno che si ostinano a difendere l’atavico ordine di una società contadina legata a schemi feudali di sopruso sui più deboli, ma la loro morte segna anche l’avvio al percorso di riscatto sociale con la nascita di una coscienza di classe che porta i contadini alla rivolta contro le leggi ingiuste e contro quanti le utilizzano per sfruttare i derelitti. Il personaggio epico di Luca Marano, giovane studente oltre che contadino, sembra rivolgersi soprattutto alle nuove generazioni: la cultura è lo strumento della verità, della libertà e della giustizia. La globalizzazione culturale in atto, che vede i giovani irrequieti protagonisti nella ricerca di vie nuove di incontro e di conoscenza, per una «solidarietà moderna» con gli sfruttati del mondo intero, non diminuisce ma enfatizza l’importanza e l’attualità di questo messaggio.     

 

Giose Rimanelli

(Liberamente tratto da un saggio di Domenico Donatone)

 

Giose Rimanelli è nato a Casacalenda il 28 novembre 1925. Raggiunse notorietà internazionale con alcuni suoi romanzi e narrative di viaggi degli anni Cinquanta: Tiro al piccione (1953,1991), Peccato originale (1954), Biglietto di terza (1958, 1999), Una posizione sociale (1959), ristampata col titolo La stanza grande (1996). All’attività narrativa ha unito quella della poesia, teatro, giornalismo e critica letteraria, in italiano ed in inglese. Di particolare interesse sono le cronache letterarie Il mestiere del furbo (1959), le commedie Tè in Casa Ricasso (1961), Il corno francese (1962), il balletto Lares (1962), l’antologia critica Modern Canadian Stories (1966), i saggi sociali Tragica America (1968), L’antologia critica Italian Literature: Roots & Branches (1976), il romanzo Graffiti (1977), le minimemorie: Molise Molise (1979), i racconti Il tempo nascosto tra le righe (1986), il romanzo inglese: Benedetta in Guysterland (1993), a cui venne attribuito l’American Book Award (1994), la memoria antropologica Dirige me Domine, Deus Meus (1996), il romanzo ugualmente in inglese Accademia (1997), la memoria dell’emigrazione Familia ( 2000), la testimonianza politica Discorso con l’altro (2000), il romanzo Il viaggio (2003). Per quanto riguarda la poesia, Giose si è occupato di poeti latini e provenzali, dai quali ha desunto voce propria con le liriche di Carmina blabla (1967), Monaci d’amore medievali (1967), Poems Make Pictures Pictures Make Poems, (1971), Arcano (1990), il canzoniere in dialetto molisano Moliseide (1990, 1992), Alien Cantica (1995), I Rascenije (1996), Moliseide and Other Poems (1998), volume che raccoglie tutte le poesie in dialetto molisano, edite e inedite. Jazzymood (1999) in italiano, dialetto molisano e in inglese, Gioco d’amore Amore del gioco (2002), poesia provenzale e moderna in dialetto molisano e lingua, Versi persi per S (2004). In collaborazione con Luigi Fontanella, Giose ha pubblicato Da G a G: 100 Son(n)netti (1996), e con Achille Serrao i sonetti di Viamerica/Gli occhi (1999). E’ Professore emerito di Italiano e Letteratura Comparata all’Università dello Stato di New York SUNY — Albany. Vive tra Lowell, Massachusetts, e Pompano Beach, Florida. I suoi viaggi in Italia sono frequenti.

Giose Rimanelli è un intellettuale di talento, la cui poesia, scritta  in forma di Cantica tra il 1964 e il 1993, tenta di decifrare i segni e i segnali di culture diverse. Ma Rimanelli non nasce come poeta, nasce, invece, come scrittore; il suo primo romanzo s’intitola Tiro al piccione (pubblicato nel 1953) e venne tradotto in film, nel 1961, dal regista Giuliano Montaldo ed è il tentativo di fornire una versione non scontata della Resistenza italiana. Giuseppe Jovine dice: «Rimanelli è un “maledetto” che porta nel suo tascapane di romantico routier la marijuana, il vangelo e il galateo; ma il suo “maledettismo” è uno strumento di ricerca esistenziale…per cercare in tutti i luoghi del mondo la sua verità riproponendosi sempre e dovunque il suo pirandelliano assoluto e sistematico dubitare». Sembra quasi che Rimanelli senta l’impossibilità a restare nel suo paese natale, va via, infatti, fugge dal suo paese, ma non lo abbandona. Egli è come tutti quegli scrittori che, finché sono vissuti nella loro terra d’origine, sentivano che essa gli stava stretta, li soffocava, senza lasciare libero spazio all’ispirazione, ma una volta fuori incominciavano a rimpiangerla, a sentire che qualcosa li aveva mossi, senza lasciar passare una vera ragione, ma facendo emergere solo un istinto. Ecco, Giose Rimanelli è l’uomo dell’istinto, ma dell’istinto razionale e non irrazionale; egli
non dice che ama ancora il suo paese perché sa che, così facendo, dà una costante soddisfazione a sindaci e cittadini; no, Rimanelli ama il suo paese perché ne ama la storia, e la storia è fatta dalla gente, (si pensi solo alla raccolta di canti popolari in dialetto molisano dal titolo Moliseide, in due volumi, fortemente voluti da Rimanelli e Luigi Bonaffini), perché sente che quello che il luogo rappresenta non è semplicemente uno spazio definito, dove gli uomini esercitano la loro vita, ma è soprattutto il luogo dove la memoria vive anche se fisicamente non si è più presenti e assidui. Rimanelli è rimasto legato alle sue radici molisane e al concetto di una “Meridionalità” che, per sua ammissione, va estesa  anche ai poeti non residenti in Italia, ”che hanno però cantato un’unica e comunale pena, un’unica e regionale gioia, unisona e corale nell’antropologica ansia di ritrovare il germe, le radici”, come ha dichiarato nella “Rivista  di Studi Italiani”, dic. 86 giugno 87, pp.141-142.

 Se è vero che “ogni emigrazione è una lacerazione”, come ha scritto Rimanelli nell’Elogio per mio padre, allora è anche vero che i materiali etnici ritrovati in  questo viaggio americano, in particolare: qualche zolla del Molise, alcune gocce d’olio di frantoio e l’immancabile rosolio di casa, sono da considerare veri e propri legamenti territoriali con il “crudo Molise”, che riemerge come un fossile nei vari momenti di recupero del passato. Da qui il desiderio di ricerca di un paese innocente che rivive nella indimenticabile “Kalena”, dove approdare e ri(nascere) fuori dall’inferno metropolitano, prima che ”l’asma” ritorni e metta in circolo il meccanismo del disagio esistenziale.           

 Rimanelli ama come si ama ciò che dev’essere amato, perché è un valore, perché ciò che si vede non lo si vede con gli occhi, ma con la ragione. E’ passionale quanto sagace, è il monumento d’una commistione, e la sua non è una scelta, ma è piuttosto una necessità. Il suo atteggiamento, però, è da uomo libero: egli non deve dimostrare di saper fare qualcosa per esserlo, ma è libero perché sa fare solo quello che sa fare e dire lui. Quando Francesco Jovine gli chiese, come racconta Giuseppe Jovine, di prendere una posizione politica ben definita, egli gli rispose dicendo: «Ho idee, non ideologie, sto in piedi da solo, mi mescolo agli uomini per intenderli senza schemi ideologici.» Rimanelli è forse – continua a scrivere di lui Giuseppe Jovine – l’unico scrittore molisano e tra i pochi scrittori italiani che non ha accettato di succiare le parole dal biberon degli umanisti; le parole le ha scavate dalle cose, le ha dissotterrate delle petraie e dalle montagne del Molise e di cento altri paesi del mondo; ecco perché le sue parole hanno la consistenza e il profumo delle cose e non l’odore di polvere degli incunaboli. In Giose Rimanelli l’attenzione alla letteratura nasce come attenzione alle cose, e in questo senso non sbaglia Jovine a dare un’interpretazione, come dire, materialistica dello spirito dello scrittore: le pietre, il sole, gli utensili della campagna, ma soprattutto gli uomini che li adoperano e che con essi danno vita ad una sinestesia, sono il frutto di un’opera letteraria non ancora ben letta e approfondita dai critici.

 Nei romanzi di Rimanelli c’è una ricerca esistenzialistica che vuole focalizzare, però, i temi su elementi di sostrato, più che indicare tematiche universali. La sua letteratura è particolare perché guarda ad un fatto specifico, uno specifico avvenimento che conduce a ricercare l’origine di quegli uomini che hanno vissuto quel dramma e quella realtà. C’è in lui un aspetto che è antropologico, vede l’uomo, ma vede l’uomo come se fosse inquadrato in un parametro surreale di razza più che di etnia. È l’uomo molisano, più che l’uomo del mondo.

 

Giovanni Cerri

(Liberamente tratto da un saggio di Domenico Donatone)

Giovanni Cerri (12 marzo 1900 - 16 luglio 1970) è stato uno dei maggiori poeti dialettali del Molise. Gran parte della vasta produzione poetica è ancora inedita, poiché in vita ha pubblicato soltanto "I Guaie", una raccolta di liriche in dialetto edita nel 1959 e ripubblicata postuma nel 1978. Ha scritto, inoltre, i testi di numerose canzoni popolari in dialetto (musicate in gran parte dal suo grande amico, Adolfo Polisena) che hanno riscosso discreto successo. Una sua canzone è stata scelta per la colonna sonora del film "Il prezzo dell'onore" e il medesimo brano, arrangiato dall'orchestra della RAI, è stato a lungo la sigla del "Gazzettino regionale" del Molise.

rNatto a Casacalenda, schivo e austero come molti lo ricordano, avendolo avuto come maestro elementare, Giovanni Cerri pubblicò nel 1959 una sola raccolta di poesie dialettali, intrise di un profondo afflato religioso. La prima ed immediata considerazione deriva dal fatto che, essendo nato nel 1900, ha pubblicato tardissimo la sua opera, forse perché anche lui ha avvertito la censura fascista come una violenza intollerabile fatta ai danni del circuito culturale e di quella poesia che più lo interessava, ovvero la poesia in dialetto. La poesia di Cerri assume un tono favolistico, quello di un poeta leggero, soave, lirico, capace di alternare però con molta efficacia ironia e sarcasmo, pietismo religioso e realismo esistenziale, con la consapevolezza che l’esistenza umana si dispiega in un sistema di sofferenza e di dolore. Cerri è molto attratto da quelli che sono i due aspetti fondamentali della vita: la fatica dell’uomo e i tanti aspetti della natura.

La poesia di Cerri si abbandona al lirismo, rievocando paesaggi che diventano luoghi dell’anima e situazioni incantate, per meglio esprimere quell’ambientazione rurale e contadina che il poeta avverte come la costante dei suoi testi. Si fa riferimento da più parti a Cerri come «poeta sentenzioso», si parla dell’«ermetismo di Cerri», di Cerri «pessimista» e di Cerri «realista». In questo quadro di riferimenti c’è anche e, soprattutto, un forte carattere religioso che accompagna molte delle sue liriche, per cui si potrebbero identificare i legami strutturali della poesia di Giovanni Cerri con l’aspetto più puro del Cristianesimo, non quello dogmatico o dottrinale, bensì quello umano e caritatevole.

Cerri è un poeta che, sin dagli esordi, legati agli anni Venti e Trenta del Novecento, che lo hanno visto un attento ricercatore di canti popolari e di tradizioni, insieme ad amici come Adolfo Polisena e Lino Tabasso, musicisti locali, ha cercato di dare alla sua poesia sempre un impianto “corale”, diffusivo, che tende a espandersi. Rimanelli, in tal senso, parlò di “eco”, e definì l’esperienza poetica di Cerri come un’esperienza «ribaltata in eco». Il titolo stesso della sua opera I guàie dimostra questo suo intento, perché l’attenzione del poeta è attratta da fatti ed abitudini, storie e costumi del mondo contadino, della bassa società della provincia, per stanarne pregi e difetti. L’assetto corale è ravvisabile in questa predominante osservazione dei fatti di vita e di natura, che poi sono anche dei “guai-malanni”, ma maggiormente vengono intesi come parametri di riferimento diffusivi di un sentimento non personale, proprio del poeta, ma di un sentimento comune, delle persone e della gente del Molise.

La sua poesia assume un valore esortativo, inteso come sollecitazione costante per l’uomo a non dimenticare quelle che sono le realtà più dure della vita, le sue problematiche più immediate, le difficoltà esistenziali più lampanti. I guàie, come titolo, indica una unione tra la ragione e il sentimento, tra la fede e la realtà. Sabino D’Acunto sostiene che il linguaggio di Cerri è «un linguaggio universale, anche se articolato in forma dialettale, comune a tutte le latitudini, vivo, ricco di vibrazioni profonde sia nel canto spiegato che nelle annotazioni di disperato realismo, nel quale si rivela, in tutto il suo drammatico aspetto, una particolare condizione umana comune a tutta la gente del Sud».

Cerri è caratterizzato da due aspetti fondamentali: 1) è un poeta a tratti realista e moralmente legato ad un pessimismo di marca leopardiana.  2) è un poeta religioso ed affida alla religione cristiana il compito di fare da ricostituente degli eventi che caratterizzano la vita della povera gente, identificata di volta in volta nel mezzadro, nel capraio, nel cenciaiolo, nel bifolco, nello spazzino, nel porcaio, nello zappatore e, più genericamente, nel cafone. C’è in Cerri tutto un campionario umano, analizzato a livello fenomenologico e antropologico, osservato all’interno della sua formazione, dei suoi modi, dei suoi pregi e dei suoi difetti, che fa confluire tutto indistintamente in un pietismo cristiano che accomuna queste figure indistintamente a eguali creature di Dio. Si assiste ad un compiuto umanesimo. Questa è l’essenza reale della poesia di Giovanni Cerri, un’essenza socialista, volendo indicare anche un valore politico delle liriche cerriane, ma soprattutto è una poesia della condizione umana, che studia l’uomo come al microscopio, come se fosse un campione di laboratorio. Il laboratorio, però, qui è dato da quel microcosmo provinciale che solleva il sentimento e il calore umano, anche nella sua disumanità, nella sua ignoranza e crudezza, a unico simbolo di appartenenza. Un’appartenenza alla storia degli umili, degli ultimi, di quelli che non scrivono la storia, ma poi la costruiscono in senso imperituro a livello profondamente umano. Lo scopo di Cerri è quello di andare a vedere quello che gli altri non vedono, di analizzare il mondo contadino e della povera gente come un flusso inarrestabile di vitalità e di coscienza, per cui si potrebbe dire con Gramegna che Cerri «constata, recepisce, avverte la trama del dramma umano e canta, ben sapendo che alle sue spalle c’è una lunga schiera di gente, che spera in un avvenire migliore come tutta la gente del mondo».

 

Giuseppe Jovine

( Da scritti di Carlo Jovine e Carmen Galoppo)

 

Carmen Galoppo, ricordando Jovine, scrive: “Sconfiggere la solitudine rimane il sogno segreto della  sua scrittura, per colmare la fame di vita che segna il cammino tortuoso e inesorabile dell’essere umano.”

Nato a Castelmauro nel 1922, è stato fautore della libertà nella sua più ampia e laica accezione, sempre alla ricerca dell’armonia tra uomo e ambiente; in una lettera all’amico Mons. Vincenzo Ferrara ha scritto: «Importante è per me organizzare la vita secondo giustizia e lottare per il trionfo del bene, del vero e del bello. Importante è vivere col gusto di tali valori, in armonia con le cose, con la natura e sentire la musica e meravigliarsene e godere delle albe e dei tramonti ed amare la vita semplice secondo i ritmi di una attività umana e non bestiale, in sostanza, con la buona creanza e la morigeratezza che sono poi le virtù tradizionali del Molise».

Ha scritto non solo per la sua gente, ma per il mondo intero ed è stato testimone e interprete non solo del suo tempo, ma anche poeta della vita e della fine di essa, e tutto ciò ha cantato (anzi, “decantato”) con una passione e un talento letterario che fanno di lui non solo un grande poeta, ma un artista originale. E’ stato anche un duttile giornalista ed il suo fu un giornalismo di frontiera, un giornalismo animato da un impegno rivolto al sociale e dunque complementare al suo percorso di insegnante e poeta. Dai primi anni Sessanta fino al momento della scomparsa, Giuseppe Jovine dedicò una parte considerevole delle sue energie intellettuali alla stesura di articoli di critica sociale e di analisi letteraria, collaborando con riviste e quotidiani a tiratura nazionale: ‘Paese Sera’, ‘l’Unità’, ‘Il Tempo’, oltre ad essere stato fondatore e condirettore, con Tommaso Fiore, della rivista ‘Il Risveglio del Mezzogiorno’. Il figlio Carlo dice: “Mio padre era sempre coerente con se stesso, qualunque ruolo fosse chiamato a interpretare: dal giornalismo alla politica, dall’insegnamento alla letteratura. Come se il suo essere poeta, prima ancora d’esprimere una sensibilità artistica, fosse espressione di uno stile di vita.”

Tra i suoi libri più importanti vanno ricordati: le poesie in dialetto molisano “Lu Pavone” (1970) e “Chi sa se passa u’ Patraterne” (1992); le raccolte di racconti “La Luna e la Montagna” (1972) e “La sdrenga” (1989); l’antologia di versi in lingua “Tra il Biferno e la Moscova” (1975); e i saggi critici “La poesia di Albino Pierro” (1965) e “Benedetti Molisani” (1996); oltre al prestigioso volume antologico che l’editore Peter Lang di New York volle dedicargli nel ‘93, con la traduzione in lingua inglese dei suoi versi a cura di Luigi Bonaffini.

Dai ricordi di Carlo si legge ancora: “Il dialogo con la propria terra era per mio padre conversazione con sé stesso, con la propria storia, attorno alle domande che inquietano gli uomini, in un groviglio di memorie personali e collettive. Nel suo poetare egli affidava alla lingua e al dialetto la riscoperta del reale nei suoi mille piccoli particolari in cui, come per magia, veniva a racchiudersi un significato universale. La poesia rappresentava per lui lo stupore dinanzi alla varietà e al mistero della vita, sempre riavvertito come una musica magica che scandisce ritmi solenni del tempo che tornano nella memoria, e per la memoria, a proporre il supporto per una rinascita dell’uomo, per una riappropriazione e una presa di coscienza delle sue radici, della sua dignità, dei suoi valori più profondi. Nella sua poesia c’è sempre stato un profondo interesse culturale a recuperare e riproporre nei suoi termini più affabulanti una civiltà antica e contadina che ha i suoi punti di forza nel marcato rapporto tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e i suoi sentimenti.”

Giuseppe Jovine muore il 29 agosto del 1998, ma Francesco D’Episcopo dice di lui: «Un Ulisse molisano e mediterraneo, sempre pronto a ripartire per nuove avventure e nuove sfide, tentando le colonne d’Ercole di una possibile fine. Ma si può finire davvero? Ci si può solo addormentare, facendo finta di star fermi, come bambini impertinenti. La parola, l’amore continuano la vita oltre ogni possibile arresto cardiaco; la poesia, soprattutto questa poesia tanto vicina alla morte, a quest’ultima vuole parlare e raccontare una nenia di confidenza e d’amicizia. Un patto poetico, affidato alla certezza che troppo spesso si può morire da vivi e si può invece continuare a vivere da morti».

Luigi Incoronato

(Liberamente tratto da saggi di Bruno Aletta e Caterina Sottile)

 

Luigi Incoronato è figlio del nostro Meridione trafitto dalla guerra e umiliato da un’endemica povertà, palcoscenico di una trasformazione sociale lentissima e drammatica in cui la società rurale ha assorbito il progresso e lo sviluppo solo in superficie.

Figlio di emigranti (il papà era di Ururi), è nato a Montreal nel 1920. Venne in Italia negli anni trenta e studiò a Palermo. In seguito frequentò la Scuola Superiore Normale di Pisa, dove ebbe Luigi Russo come maestro. Si laureò presso l’Università di Napoli discutendo una tesi sulle “Operette morali” di Leopardi.

Partecipò alla seconda guerra mondiale sul fronte francese e su quello greco-albanese, rimanendo gravemente ferito. Combatté nella Resistenza come membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Campobasso. Gli fu conferita la medaglia di bronzo. Fu questa un’esperienza forte che trascrive nel romanzo Il Governatore,  per il quale nel 1960 fu insignito del Premio Napoli. La guerra, ancora, è stata ispirazione del romanzo autobiografico Le pareti bianche.

Dopo la guerra si stabilì a Napoli dove continuò l'attività di insegnante e collaborò con le riviste “Cronache Meridionali”, “Il Contemporaneo” e con il quotidiano Paese Sera. Fu militante del Partito comunista italiano.

Autore di numerosi racconti, la sua migliore espressione narrativa è costituita dal suo romanzo d’esordio "Scala a San Potito", nel quale a fare da sfondo e protagonista è una Napoli travolta dalla miseria e dalla guerra. Il romanzo, scritto nel 1950 ed edito da Mondatori, gli varrà il secondo posto al premio Hemingway. Nel 1952, sempre per la Mondatori, pubblica Morunni, raccolta di racconti ambientati ad Ururi, anch'essi testimonianza della realtà meridionale del dopoguerra. Morì suicida a Napoli, qualche giorno prima della pubblicazione del suo ultimo racconto A che serve uno scrittore.

L'esigenza di rappresentare con crudezza la realtà diveniva atto politico e militante ed, infatti, per Incoronato la narrazione delle miserie di una parte del Paese colpita al cuore prima ancora di sorgere, quel Sud Italia attanagliato dalla fame e dalla disperazione, era il punto di partenza per uno scatto di risveglio politico e di anelito di giustizia sociale. In Morunni  la figura di Don Maso Vizzini, diventa il magnifico ritratto di un ragazzo al centro di un universo disomogeneo e conflittuale, un “figlio del padrone” che acquisisce coscienza civile e politica attraverso l’educazione e la scuola, ma resta drammaticamente dilaniato dal distacco da sé che l’emancipazione culturale inevitabilmente determina in un giovane intellettuale che non può ingabbiare se stesso negli schemi e nei ruoli prestabiliti dalle convenzioni. È un “Gattopardo” braccato dalla sua coscienza; un uomo al quale il “libero arbitrio” impedisce di accettare i privilegi sociali come naturali, salvo reagire da Gattopardo, quando la sua proprietà è minacciata. Una sorta di carattere genetico per la sopraffazione che inasprisce fatalmente il conflitto tra le classi e forse è la manifestazione di una diffidenza viscerale di Incoronato per i potenti.

Il racconto Le terre del bosco è testimonianza storiografica importante su un fatto realmente accaduto ad Ururi: un gruppo di braccianti agricoli tenta di occupare le terre del Bosco (oggi bosco Pontone), e la rivolta è sventata dai carabinieri armati di mitra. Da questo episodio parte la condanna di Luigi Incoronato per le politiche latifondiste che hanno radicato tra i contadini meridionali quella sfiducia atavica per l’Istituzione, l’insofferenza anarcoide che ha portato a considerare lo Stato un nemico oppressivo. Probabilmente Incoronato vede proprio in questo il presupposto della “cultura dell’illegalità”, dell’omertà e del brigantaggio che ha paralizzato l’emancipazione del Mezzogiorno.

La tensione dell'opera di Incoronato, un’anima inquieta, è tutta orientata alla denunzia di una realtà da mettere a nudo e la sua è l'analisi di un intellettuale che nella letteratura di denunzia intravede la possibilità di un ruolo attivo di trasformazione, convinzione che poi si trasformerà in illusione ed impotenza nell’ultimo romanzo Le pareti bianche, pubblicato postumo e concluso pochi giorni prima della sua drammatica scomparsa; il romanzo, infatti, è la testimonianza del dramma esistenziale di un uomo ormai sconfitto dagli eventi del suo tempo. Scrive Francesco De Lorenzo "...(Luigi Incoronato) ha iniziato il filone della denuncia delle condizioni disperate degli uomini in "Scala a San Potito", e ha concluso con la sensazione della incomunicabilità che attraversa il genere umano in "Le pareti bianche".

 

Raffaele Capriglione

(Liberamente tratto da un saggio di Michele Castelli)

 

Raffaele, nato a Santa Croce di Magliano il 23 aprile 1874, apparteneva ad una agiata famiglia di proprietari terrieri e, nella casa paterna, ricevette la prima formazione culturale con le continue sollecitazioni letterarie di suo zio Benedetto, un dotto avvocato, che lo iniziò  alla sensibilità artistica. E’ proprio a questa sua vocazione che lo portava ad osservarsi attentamente attorno che il poeta deve la sua particolare propensione per la condizione di disagio e sofferenza che caratterizzavano tanta parte della società della sua epoca e del suo paese e quest’amore sincero verso l’umiltà e la semplicità della povera gente lo accompagnerà per tutta la vita. Non poteva non rendersi conto dell’oppressione che la casta dei possidenti esercitava, in maniera quasi feudale, sui contadini, sui braccianti e su tutta la società meno abbiente del suo paese. Fin dall’infanzia, infatti, “nella sua ingenua fantasia i fantasmi del bene e del male si scontravano in una lotta senza quartiere”.

Dopo la scuola elementare, ad undici anni, Raffaele continuò gli studi liceali nel Convitto Nazionale di Sepino. La lontananza dalla famiglia alimentava nell’animo dell’adolescente una forte nostalgia che gli faceva rivivere con un’intensa capacità di riscoperta personale la realtà lontana del suo paese, con i momenti lieti delle festività, rivissuti col potente anelito del rimpianto e di una rielaborazione personale capaci di creare momenti di alto lirismo nell’animo suo già pronto ad estrinsecare personaggi, avvenimenti e descrizioni veramente poetiche. Tant’è che, già a tredici anni, scrive “La Settimana Santa a Santa Croce di Magliano”.

Dopo la maturità classica, si scrisse alla facoltà di medicina, a Napoli, laureandosi il 20 luglio 1900 e, quindi, fece ritorno a S. Croce per esercitare la professione medica. Nelle visite domiciliari agli ammalati ebbe modo di toccare con mano la condizione di indigenza che affliggeva la stragrande maggioranza dei suoi concittadini, poveri contadini, miseri braccianti e diseredati di ogni tipo che abbondavano a S. Croce e ciò contribuì ad accrescere la sua solidarietà umana per la povera gente. E’ per questo che, diversamente dai suoi colleghi, dalla sua professione non riuscì a trarre quel lauto guadagno che altri ricavavano, assieme al prestigio ed alla condizione sociale che li poneva tra i maggiorenti del paese. Spesso, infatti, Capriglione pagava di tasca sua le medicine che prescriveva ai malati, esercitando, insomma, l’attività di medico con vocazione francescana. La situazione non propriamente agiata in cui viveva, e che lo costringeva a numerosi e frequenti rinunce, non lo traumatizzava perché riusciva a sfogare nella poesia i suoi crucci e solo nei suoi versi comunicava le sue pene, quasi che si trattasse di un gioco, che nasconde un terribile dramma che, se non si manifesta in tutta la sua dimensione, lo deve solo all’abilità dell’autore che riesce a nascondere il dolore dietro la sottile ironia, trasformando in riso ciò che creerebbe angoscia. Descrive, così, antri bui e maleodoranti, tuguri ridondanti indigenza e sofferenza, abitati da un’umanità umiliata da una miseria incancrenita che, però, viene sopportata con una dignità ed una pazienza che solo l’animo forte della nostra gente, abituata alla tolleranza, alla fatica ed al dolore fisico, riesce a far accettare senza un lamento, quasi fosse una condizione di atavica sottomissione al destino immutabile che contraddistingue tutt’intera la società meridionale.

Nella sua poesia, si diceva prima, quando lo spettacolo della miseria e della sofferenza diventa straziante, la battuta comica allenta la tensione che potrebbe diventare eccessiva; a questo contribuisce non poco anche l’uso del dialetto, che serve a spezzare l’aulicità della lingua italiana e favorisce la fruizione del messaggio poetico ponendolo ad un livello più familiare, consueto ed immediato.

Capriglione conosce bene la sua gente e ne coglie vizi e virtù, passioni e difetti; descrive momenti di disperazione, ma anche attimi di distrazione e svago, come nel caso delle festività tradizionali che, seppur momentaneamente, danno la parvenza dell’allegria generale. Nella sua poesia sono presenti le descrizioni del Carnevale, della festa dell’Incoronata, del falò di S. Giuseppe ecc. In queste composizioni, a volte, il poeta tocca i vertici della creazione poetica con immagini sublimi e con raffinate scelte artistiche che rendono altamente liriche le pennellate con cui descrive ambienti e personaggi.

Nel 1905 Raffaele decide di regolarizzare la sua unione con Lucia Cicora, la compagna che, ancora studente, gli aveva dato i due figli, Vincenzo e Carlo e, dopo il matrimonio, gli darà la figlia Anna. La vita, però, continua ad essere ancora stentata per la ormai endemica crisi economica che lo tormenta; gli onorari professionali gli permettono a mala pena di sbarcare il lunario.

Talora nemmeno la sua indole naturalmente buona, stoicamente paziente, coscientemente tollerante, riesce a frenare l’impeto di uno sfogo incontenibile, ma è solo un attimo, perché tutto viene sfumato dalla consapevolezza della sua missione di medico, dedito anima e corpo ad alleviare il dolore altrui con competenza scientifica e partecipazione umana.

Solo la morte prematura lo fermerà, all’età di soli 47 anni, togliendolo ai suoi malati, alla sua terra odorosa di maggesi, ai tratturi dei suoi campi che aveva cantato con liriche intense ed appassionate. Il suo popolo lo pianse con profondo dolore, identificandolo con l’apostolo che aveva lenito le sue miserie e le sue sofferenze con la dedizione del missionario e del benefattore, del figlio che ha amato  veramente col cuore, oltre che con la mente, il suo diletto paese e la sua gente dedicandosi totalmente alle sue aspirazioni, la medicina e la poesia, “lasciando in retaggio una lezione e un esempio di stile fermo e severo e di fedeltà a certi valori, perché possedeva la saggezza che fa riconoscere la sterilità nascosta nell’egoismo e insieme aveva l’intuizione che conduce con naturale spontaneità alla rinuncia della mercede con una generosità così piena da far pensare alla gioia della dedizione più assoluta. Il suo animo era forte e gentile come di chi, poeta autentico, affonda lo sguardo di là del limite e vede in alto e lontano.” (Moffa).